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Il gioco delle tre carte.

In Politica Italiana on January 21, 2014 at 9:43 am

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Ci sono molte cose criticabili, nel metodo e nel merito, di questa bozza di legge elettorale che il Parlamento si appresta a discutere e, verosimilmente, ad approvare: la mancanza di preferenze, la (non) obbligatorietà di effettuare primarie per l’assegnazione dei posti nei listini, il premio di maggioranza abnorme in barba probabilmente alle indicazioni della Corte Costituzionale.

Ma quel che mi colpisce di più in negativo, e mi preoccupa, è il metodo Renzi. Non che mi aspettassi cose diverse, diciamo…

Il neo-segretario del PD ha generato molte aspettative, nel suo elettorato e in quello potenziale. Con il discorso di Milano ne ha provocate anche in chi, nel PD, non l’ha votato. Logico quindi che non voglia deluderle e abbia necessariamente bisogno di realizzare qualcosa da vendere come “Fatto” (nel senso del timbro che gli spot televisivi di Berlusconi di qualche tempo fa apponevano su alcuni punti del programma che secondo lui erano stati attesi dal suo governo…).

Si arriva dunque a questa legge elettorale nel più bieco e antidemocratico modo che si possa concepire: un caminetto tra 3-4 capibastone (Renzi, Berlusconi, Alfano e non si sa chi altri) che impegna una maggioranza di parlamentari e, di riflesso, l’intero Paese per i prossimi anni.

La legge elettorale del PD, infatti, non è stata concepita da una assemblea, da un gruppo di studio, da un manipolo di saggi di area e poi offerta alle critiche e agli aggiustamenti delle altre forze politiche. No. E’ stata pescata dal mazzo di tre carte che Renzi a porto ad altri leader. Senza aver ascoltato non dico la base, ma nemmeno il piano di mezzo: direttamente i vertici.

Se questo è il metodo che si dovrà seguire d’ora in poi, permettetemi una perplessità. Forse sarà normale per la destra, abituata a lavare in fretta i panni della politica e a lasciar fare. Per un partito come il nostro, trovarsi in una Direzione Naionale a dire sì o no alle iniziative del suo segretario, alla lunga finirà per logorarlo.

Dov’è la partecipazione? Dov’è la ricchezza di spunti e contenuti che un partito plurale può offrire al dibattito democratico? Quale sarebbe il contributo delle minoranze interne alla proposta, quale il loro margine di manovra? Ci si troverebbe ogni volta a dover chiedersi se vale la pena mettersi di traverso all’azione del segretario, che viaggia spedito col vento in poppa verso il traguardo, rischiando di essere etichettati come rompipalle a prescindere, senza chiedersi se poi il traguardo che si sta per centrare sia in effetti quello giusto.

Si dirà: non è un problema di Renzi. Renzi fa il Renzi. E sono sicuro che tanti saranno contenti della vitalità del nuovo PD: si arrivasse ad approvare una legge elettorale, sarebbe un canestro da tre punti per il sindaco. Nemmeno Berlusconi, come ho letto da qualche commento, potrebbe vantarsene: lui di tiri liberi ne ha avuti parecchi a disposizione e non ha mai fatto centro, finora. Per Renzi invece, sarebbe buona la prima, da vero fuoriclasse quale tenta di esser letto.

Invece il problema è proprio di Renzi. Rischia di trasformare questo partito in un feudo personale piegato alle idee (piuttosto estemporanee, dati causa e pretesto) del suo leader. E che tutto d’ora in avanti si trasformi in un referendum pro o contro Renzi: le Direzioni, le Assemblee, e magari pure i Congressi.

Un partito siffatto rischierebbe di aumentare la frattura con quella costola sempre più distante dell’elettorato di sinistra che è allergica ai “so tutto io, faccio tutto io” e che magari, anche a costo di perdere qualche settimana di pensiero in più, auspica e preferisce che importanti provvedimenti siano preceduti, e non seguiti, da ricerca e riflessione.

Ma evidentemente Matteo ha fatto i suoi conti, e deve aver capito che mostrare i muscoli strappa più applausi che leggere un libro. Anche se, a conti fatti, ci si accorge che il pubblico non può essere lo stesso. La scommessa di Matteo dovrebbe essere quindi che sotto il tendone, per qualcuno che si alza e se ne va, molti di più arriveranno ad ammirare i muscoli del Capitano.

Ammetto però che tra questo pubblico, anch’io comincio a sentirmi piuttosto a disagio.

Qualcuno legga un libro, per favore.

Berlusconi condannato ma il pane costa uguale.

In Politica Italiana on August 2, 2013 at 9:09 am

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Anche oggi, anche ieri, il livello del dibattito su tv e giornali è davvero infimo.

Qui si dibatte se Berlusconi potrà continuare a gestire il Paese dal divano di casa, che tanto un anno di domiciliari passa presto, e poi lo fa pure Grillo. Lì si discute se tutto possa continuare come prima, che tanto che fosse un mezzo delinquente tutto sommato già si sapeva; anzi meglio che si stato condannato in via definitiva così possiamo toglierci il dubbio e discutere d’altro. Dall’altra parte ci informano che condanna o non condanna, il prezzo del pane non cambierà. Sui giornali di gossip (tipo Il Corriere della Sera) già preparano la discesa in campo e il passaggio di testimone alla figlia. Tutto giusto, tutto bello, tutto normale. Ormai non ci si scandalizza più di nulla – e non ci sono più le mezze stagioni.

Ma, dico, qualcuno che si chiede se è politicamente, prima che giuridicamente o moralmente, accettabile continuare a dar peso e corpo ad un una progetto politico vuoto, riempito soltanto dalla sua presenza, lo troverò prima o poi? Che forse è il caso di cominciare ad isolarlo, fisicamente e politicamente, per accelerarne la rovinosa caduta, invece che rischiare di ruzzolare con lui? Almeno a sinistra, almeno.

Quando il Cav. Silvio Berlusconi si presentò agli italiani alle elezioni del 1994 il consenso al suo movimento e il sostegno alla sua candidatura fu sincero e disinteressato, sono pronto a giurarlo. Era l’imprenditore di successo, l’uomo nuovo pronto a risolvere i problemi italiani, il deus ex machina che avrebbe resettato il Paese dopo gli scandali politici per lanciarlo verso la modernità e la ricchezza, come aveva fatto con il più grande gruppo d’affari italiano.

Non poteva durare, chiaramente. Come ognuno sa, si può ingannare una persona a lungo, o una folla per poco, ma mai e poi mai tanta gente per tanto tempo. Infatti subito il sogno naufragò, gli italiani cominciarono a svegliarsi e Prodi vinse le elezioni solo due anni dopo.

E allora com’è che dopo vent’anni siamo ancora qui a parlare di Berlusconi, delle sue vicende giudiziarie, del suo erede che non si intravede all’orizzonte e dovrà essere nominato per testamento, del vuoto politico (e governativo) che lascerebbe se quest’uomo, un uomo solo e un solo uomo, cadesse definitivamente?

La grande abilità di Berlusconi, non saprei dire se voluta o casuale, ma credo fortemente voluta e studiata, è stata di rincoglionire gli italiani. Non nel senso che comunemente si pensa. L’imbarbarimento, il decadimento, l’abbassamento graduale ma inarrestabile di tutti gli standard politici e culturali (già non elevatissimi nel Paese della corruzione e dalla connivenza con il malaffare), ha trasformato il senso dell’adesione al suo progetto politico – variamente declinato nel corso degli anni per apparire sempre nuovo agli occhi di un popolo ormai trasformato a spettatore ebete di uno spettacolino di terz’ordine.

E non lo dico con la spocchia di chi aveva capito tutto già venti anni fa. Il Partito Democratico dopo, e PD e PDS e compagnia bella prima, con sempre maggiori responsabilità, hanno avuto certamente un ruolo determinante nell’evitare che il Cavaliere (ormai ex) fosse messo di fronte alle sue responsabilità politiche, ad un giudizio di merito e non di valore su quel che aveva e non aveva potuto fare stando al governo. L’antiberlusconismo è ormai unanimemente considerato il fattore critico di successo di Berlusconi. Più o meno legittimamente il centrosinistra ha puntato deciso verso il bipolarismo, perché garantisse e giustificasse, con l’esistenza di Berlusconi, anche la propria. Un miopia politica che faccio fatica a credere disinteressata. Solo Veltroni forse, con tutti i limiti del suo progetto maggioritario, aveva intuito che l’accozzaglia antiberlusconiana avrebbe avuto vita breve e che era necessario cominciare a costruire un’alternativa politica alle destre, anche a costo di perdere qualche elezione.

Ma è in ogni caso indubbio che senza il profondo consenso popolare, l’egemonia di Berlusconi non sarebbe potuta durare così a lungo – e ancora non è finita, peraltro.

Consenso che però poggia ormai, come dicevo, su fondamenta diverse da quella dei primi tempi. Berlusconi ha trasformato l’Italia e gli italiani. Della voglia di partecipare, del bisogno di politica che pervadeva le città e i cittadini, specie a sinistra, cos’è rimasto? Titoli di giornale e corsivi grevi ed allusivi; trasmissioni televisive faziose verso una parte o verso l’altra; discorsi con la profondità di analisi di un comunicato stampa o di uno spot pubblicitario; tutto questo è frutto del ricercato bisogno di rendere il popolo tifoso. La tua squadra del cuore potrà essere condannata e retrocessa, potrà fallire e poi essere ripescata, potrà perdere il campionato giocando malissimo: resterà sempre e comunque la tua squadra del cuore.

Conosco qualche berlusconiano. Non credete: sa perfettamente che Berlusconi non è un santo (ma chi lo è?). Sa che governa anche per i suoi interessi personali (ma chi non lo fa?). Sa che la sua azione politica ventennale è povera di risultati concreti (ma siamo sicuri che sia solo colpa sua?). Contro un tifoso non c’è logica possibile. Almeno nell’immediato.

E contrapporre alla sua figura, un’altra figura da venerare, non fa che alimentare quel sistema perverso nel quale il qualunquismo e il disimpegno sono la garanzia che tutto rimanga com’è. Sarebbe l’ennesimo errore politico della sinistra, sarebbe di nuovo un guardare con miopia la realtà, accettare le regole del gioco senza tentare di cambiarle facendole saltare, magari perché hai scoperto che il gioco è truccato e vince sempre il banco.

Serve la politica. Si perderà un’elezione? Pazienza, ne abbiamo perse tante. Non pensiamo a domani, ormai. Pensiamo a dopodomani. Non pensiamo a noi, ce la caveremo, pensiamo ai nostri figli. Il Congresso del Partito Democratico dovrà essere l’occasione per risvegliare le coscienze e lanciare il messaggio che in Italia un Partito che fa politica c’è, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, che non nascondiamo e che intendiamo superare.

Questo partito è il PD; e dobbiamo urlarlo forte, se vogliamo salvare il nostro Paese dall’apatia.

Roberto Speranza. L'amaro Lucano.

In Politica Italiana on July 11, 2013 at 3:18 pm

Non conoscevo Roberto Speranza. E’ lucano come me, ma sono stato fuori dalla mia regione per 15 anni. Ho salutato quindi come un fatto positivo che un giovane lucano abbia scalato i gradini della politica per arrivare al vertice, diventando addirittura Capogruppo del mio Partito alla Camera dei Deputati.

Poi l’ho conosciuto. Non di persona, ma attraverso le sue dichiarazioni e i suoi atti politici, come tutti. E ho capito che era l’uomo giusto al momento giusto. Infatti è un politico giovane, nuovo, perfino meridionale. L’identikit perfetto per una Legislatura che comunichi: Cambiamento!

Diciamo però che anche un impiegato del catasto al suo posto avrebbe potuto fare discretamente il suo stesso lavoro, a patto di possedere gli stessi requisiti. Roberto Speranza si comporta e comunica come il più grigio dei burocrati, come il più fedele dei soldati, stoicamente a difesa dell’indifendibile condotta politica degli ultimi due mesi. Praticamente è il nostro Sandro Bondi. Bella roba, non pensavo ne avessimo. Invece…

Non mostra avere uno straccio di idea autonoma, di obiettivo politico, se non quelli che gli vengono caricati di volta in volta, come un computer che può essere programmato a piacere del suo proprietario.

E quindi, chi è il proprietario di Roberto Speranza? Ce lo dica, una buona volta. Anzi no. Non ce n’è bisogno. Lo capiamo da noi.

Oggi viene catapultata sulla mia bacheca virtuale il link ad un’intervista del nostro, nella quale, con acume politico e dimostrata conoscenza della storia italiana degli ultimi vent’anni, Robertino perentoriamente chiede: “il Pdl deve chiarire se intende mettere al primo punto gli interessi dell’Italia o quelli giudiziari di Berlusconi.”

Sono saltato dalla sedia. Devo aver letto male: cioè, abbiamo ingoiato e contestato decine di leggi vergogna, ingerenze della politica negli affari della magistratura, rischiato la sovversione della divisione dei poteri, e ancora ci stiamo chiedendo se il PDL tiene più a Berlusconi che all’Italia?

Non può essere, mi sono detto. Dev’esserci dell’altro. Evidentemente, ho concluso, all’atto di fare il governo, il PDL deve aver giurato di rigare dritto, e Roberto comincia ad avere il sospetto che qualcuno deve aver fatto le corna di nascosto, inficiando la promessa fondante del patto di governo. Non si fanno queste cose. Occhio che Robertino lo dice alla maestra e fa segnare i nomi alla lavagna.

Poi leggo che Speranza (basta fare ironie sul nome, per favore, abbiamo capito che è un ossimoro) lancia l’avvertimento finale: “Secondo la legge del ’57, Berlusconi non è ineleggibile quindi noi come sempre abbiamo fatto rispetteremo la legge”. Wow! Capolavoro.

Solo che non mi pare che la questione, tutt’altro che pacifica, sia mai stata dibattuta in un’assemblea degli eletti, in un gruppo alla Camera o al Senato, quindi Speranza a che titolo parla? Personale? di capogruppo? di portavoce del proprietario?

Nessuno di questi: hanno solo inserito il floppy (sì lo so, in apparenza sembra un modello più recente, invece va ancora a floppy disk) e lui è partito.

Caro Roberto, se la tua idea di intendere la politica è il nuovo che avanza, quasi quasi rimpiango già la vecchia. E bene fai a spendere la tua verve a Roma, tenendoti lontano dal teatro lucano.

Qui infatti va in scena uno spettacolo deprimente da troppi anni, mi dicono, e gli effetti li vedo tutti coi miei occhi, negli occhi della gente, e segnati sul territorio. Sei la dimostrazione che il ricambio politico non è un fatto generazionale: per la politica si può essere vecchi anche a trent’anni, se il modo di fare politica è questo.

Però la carriera si fa più in fretta.

W il merito, W le idee nuove, W la buona politica. Avanti tutta, Speranza! Tra qualche anno il Quirinale, senza dubbio, ti aspetta!

 

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