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Lettera aperta a @lucabraia

In #MT2015 - #MT2019 on March 8, 2015 at 12:25 pm

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Ho iniziato questo impegno con un obiettivo ben preciso, folle, ambizioso, presuntuoso: portare il Partito Democratico lucano fuori dalla palude dell’eterno compromesso, delle strategie win-win valide solo per i gruppi dirigenti e dalle quali restano esclusi i cittadini, dai balletti e dai posizionamenti della politica-spettacolo, e riportarla ad una politica-servizio. Per farlo non avrei indossato casacche, non avrei messo berrettini, non mi sarei appuntato medagliette. Avrei sparigliato le litanie e i riti, le certezze di chi avanza lentamente solo mettendosi dietro il sicuro riparo di un pezzo (più) grosso. Avrei dimostrato che si può fare, che una politica diversa è possibile.

Ho iniziato questo cammino per rompere gli schemi, augurandomi di poter dare l’esempio di un impegno che sta sul pezzo e non sulle persone, sui temi e sui valori e non sulle tattiche, sulle idee e non sulle strategie di potere.

Nel corso di questo impegno ho incontrato persone che pensavano, o dicevano di pensarla come me. Eri proprio tu uno di questi, e con questo spirito ho accettato il tuo invito a misurarci insieme nel Congresso cittadino, rifiutando al contempo inviti ben più corposi. Come si dice in questi casi, l’ho fatto perchè ci credevo. Non di vincere, ma di poter dare un segnale. E credo che questo segnale lo abbiamo dato, insieme, e ha dato i suoi frutti.

Poi però ci si è persi. Ho continuato a frequentare il Partito come mi ero ripromesso. Volevo toccare con mano i meccanismi decisionali. Guardarli da vicino e raccontarli all’esterno. E qualcosa si è mosso: lo abbiamo aperto e riportato in piazza. Abbiamo fatto in modo che i suoi organi democratici spazzassero via la polvere accumulata e si rimettessero in moto. Non ho, non abbiamo, mai voluto sostituirci a nessuno di quegli ingranaggi, sebbene taluni siano evidentemente logori e mostrino i segni di una quanto meno necessaria messa a punto. Abbiamo, piuttosto, voluto essere l’olio motore che favorisce il movimento, riesumandolo dal torpore e dall’atavico immobilismo cui era mestamente condannato. Avremmo continuato a vincere elezioni, ma avremmo perso il senso di appartenenza ad un progetto condiviso.

Mi è quindi dispiaciuta la scelta della tua parte, che per un attimo è stata anche la mia, di arroccarsi in un silenzio dilaniante, affidando a indiscrezioni giornalistiche e sibillini status il proprio, rispettabile, punto politico.

Mi è dispiaciuto non aver avuto più modo di parlarne, di sognare un partito diverso, di prospettare un percorso aperto e meritocratico per l’inevitabile rinnovo della classe dirigente lucana, che non sia solo nuovismo o imposizione di una parte (nuova) sull’altra (vecchia). Questo livello di analisi è buono per le tifoserie, a nessuna delle quali non mi sono mai iscritto.

Mi è infine dispiaciuto leggere sui giornali e ascoltare nei corridoi richieste e pretese a te attribuite, trattative che ritengo inverosimili, che sono certo siano pilotate e manovrate ad arte.

Ma lo “strappo” di ieri, come l’hanno apostrofato oggi i giornali, non è in realtà uno strappo. E’ un punto.

Un punto con il quale una parte del nostro partito – non mi interessa definirla maggioritaria, i numeri qui sappiamo bene cosa sono, mi riferisco piuttosto ai singoli uomini e alle donne che ci guardano e ci seguono, a partire dal sottoscritto – chiede all’altra di decidere, di fare una scelta di campo. Di discutere i dettagli di un’offerta politica più completa per la nostra città, che non riguardi solo la casella del candidato sindaco, ma gli altri tasselli di un mosaico più complesso che solo a distanza potrò offrire la sua immagine completa e definitiva, che gli elettori potranno valutare e giudicare. O di offrire un’alternativa. Chiara, netta, da discutere e ponderare.

Non nego che, tra i due scenari, quello che vede la proposta di un candidato che vanta meriti misurabili, che analizza limiti e ostacoli incontrati provando a disegnare percorsi possibili per superarli, e l’altro, di un indefinito salto nel buio, magari affidato alla retorica delle primarie, o volto ad una traballante trattativa tirata quasi al limite di resistenza di una corda ormai logora da anni di tira e molla, io, per passione e per inclinazione personale, debba necessariamente preferire il primo.

Tutto è perfettibile e migliorabile, ci mancherebbe. Ma a due mesi dal voto, un partito serio nel quale mi piace continuare a pensare di essere, non può ancora tergiversare sulla prima di una lunga lista di scelte. La prima scelta è spuntata. L’ha spuntata chi ci crede incondizionatamente, ma anche chi prova a dare un contributo per emendarla e migliorarla, o chi non vede valide alternative, che non sono state offerte.

Il nostro gruppo iniziò questa avventura con l’hashtag un po’ sborrone, #noiandiamo.

Ed è così. Non ci stanchiamo di camminare. Non vogliamo fermarci. Non vuole fermarsi nemmeno la città, sebbene altri, pure potenti, provino a metterci un freno. Di questo, e solo di questo, siamo sicuri. Non voglio pensare che la tua idea di partito sia più simile alla palude potentina, che la scorsa settimana ci ha offerto uno spettacolo indecente, riunendo il suo gruppo dirigente a sette mesi dal Congresso, e non riuscendo nemmeno a portare a termine la riunione. Non ci credo, non può essere.

Perché non c’è più tempo. Non per noi: ce n’è per Matera, mai come oggi sul tetto d’Europa e del mondo. E’ troppo presto per cullarsi sugli allori. Le opportunità vanno colte e strutturate, o ricorderemo questa stagione come quella in cui “Matera andava di moda”, allo stesso modo in cui oggi ricordiamo di essere stati “vergogna nazionale”. Una pagina lontana che non tornerà (per fortuna, ma nel caso del nostro presente, purtroppo) più. Lasciando a terra aspettative e investimenti, prospettive ed opportunità mai colte, o non colte fino in fondo.

Sappiamo che è una scelta difficile, e che ci mette contro – al solito – gente forte e potente.

Dalla nostra parte abbiamo solo la presunzione di stare dalla parte giusta. Che è la parte delle nostre idee, che non cambieremo fino a quando non ci convinceranno che sono sbagliate. Con la presuntuosa certezza che chi oggi ci insulta e non ci condivide, domani dirà che avevamo ragione. Che ancora una volta abbiamo fatto la scelta meno ovvia, meno sicura, meno facile, ma giusta. E’ già successo, succederà ancora. O forse avremo sbagliato, a scegliere questo partito come campo di battaglia per far vincere le nostre idee. Lo sapremo solo andando.

Il punto di ieri ci permette quindi di andare a capo e continuare a camminare. Siamo troppo impazienti, abbiamo troppo torpore nelle gambe per rimanere fermi. Fuori dalle stanze del partito c’è un mondo che ha fame di equità, di lavoro, di risposte, di opportunità tutte da costruire, alcune delle quali vanno invece salvaguardate dal pericolo di essere bruciate, per la boria e l’ingordigia alla quale le classi dirigenti meridionali del passato ci hanno già abituato.

Ma è un punto che non vieta a chi, come te, ha passione e competenza, di raggiungerci con uno scatto sulla strada di una stagione nuova, e di continuare a camminare insieme, come, appena un anno fa, ci promettevamo di fare.

Ti aspettiamo. Fai presto. Siamo distanti appena un passo.

Considerazioni (non) finali sul #CongressoPDBas.

In Politica lucana on August 6, 2014 at 2:23 am

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E alla fine la montagna ha partorito. Che sia un topolino o un elefante lo dirà il tempo. E’ prematuro fare previsioni sulla base di un solo nome; che pure ha la sua storia, la sua indole, e può certamente già dire tanto su come potrebbe essere il Partito Democratico di Basilicata dopo l’elezione di Luongo a segretario regionale.

Di questo #CongressoPDbas, che ieri ha celebrato finalmente l’inizio della fine (sono ancora evidentemente da nominare segreteria e organigrammi interni, nonché da “sistemare” i due provinciali), rimarranno sul tappeto note positive e note stonate. Indico le due principali, ma l’elenco potrebbe essere più lungo, da entrambe le posizioni del foglio.

Veniamo prima a quelle stonate, così le archiviamo, e non ci si pensa più, che credo bisogna cominciare a pensare positivo, e non a cantarci sempre la messa addosso.

  1. Il partito resta (per ora) irrimediabilmente diviso in due grossi tronconi; rimane ancora forte la componente di provenienza DS, ma la fronda Antezza-Pittella-Margiotta fa segnare il punto che, se vuole, qualche sgambetto è tutt’altro che impossibile, come dimostrano gli inciampi del “correntone” nelle primarie per la corsa a Governatore, e nelle elezioni comunali potentine; spero se ne farà tesoro per le prossime comunali materane, quando si dovrà esprimere un candidato sindaco e promuovere un’azione amministrativa che unisca piuttosto che spaccare; questo difficile compito dovrà essere portato a termine in particolare dall’attuale segreteria cittadina; dall’altra parte, parimenti, si dovrebbe smettere di tenere un atteggiamento fatto di veti e sospetti, e di un improduttivo “muoia Sansone” se non si fa come dico io… Prima di parlare di primarie del centrosinistra, abbiamo diversi mesi davanti a noi per provare ad imparare a dialogare e camminare, se non mano nella mano, perlomeno tutti nella stessa direzione. E la prossima Festa dell’Unità, che torna ad essere organizzata in piazza dopo anni, potrebbe e dovrebbe essere il primo segnale di un’unità che dev’essere di intenti e di sforzi congiunti per il partito. Se no, non ha nessun senso. Almeno per noi, salvo che per voi.
  2. Le primarie si rivelano ancora una volta strumento rozzo ed inutile: rozzo perchè non esprimono il vero peso della rappresentatività di chi in questo partito ci milita seriamente, eppure conta uno, come chiunque altro, magari distratto, magari addirittura di un altro partito. Inutile, perché piuttosto che produrre forza, le primarie sono solo misuratrici di debolezze. Hanno senso solo quando si ritiene necessario avallare con un bagno popolare decisioni prese dal vertice; ma se devono dirimere controversie, indirizzare scelte, sciogliere nodi in un senso o nell’altro, occorrono regole più chiare e, soprattutto, più stringenti. Vedi l’albo degli elettori, o il riservare le primarie solo per importanti cariche istituzionali, e tornare al voto nei circoli, risolvendo la questione delle truppe cammellate che aggiungono inutile zavorra.

E veniamo invece ai segnali positivi. Bisogna scavare, ma se ne possono trovare:

  1. Il gruppo dirigente regionale è stato abbondantemente rinnovato, ben oltre il fisiologico ricambio; certo, solo il tempo e la misura dell’indipendenza e dell’affrancamento di ciascuno dalle direttive imposte dall’alto sarà vero rivelatore del portato del Cambiamento. Molto più di quanto le tanto sbandierate statistiche su età e nuovismo possano ruffianamente suggerire.
  2. Il Congresso pare aver sancito una netta divisione (certamente non voluta) tra ruoli di partito e ruoli di governo, perlomeno regionale. Credo sia una cosa positiva, Barca per primo ne sarebbe felice: il partito potrà servire da stimolo al Governo, il Governo potrà operare libero da lacci e lacciuoli che spessissimo si tende a frapporre all’azione amministrativa. Perlomeno, nessuno avrà più scuse.

Direi allora che tutto sommato il bilancio è in pareggio. Non ci sono particolari motivi per essere entusiasti, almeno finora, ma nemmeno per cantare un prematuro De Profundis: saranno le scelte successiva a questa a determinare gli eventi, e far capire meglio il senso ed il portato dell’elezione di Antonio Luongo a segretario regionale, al quale, ovviamente, porgiamo a nome di tutti i lettori di questo blog, un sincero augurio di buon lavoro.

P.S.: per concludere, una nota nazionale. Nel nostro piccolo, noi lucani siamo laboratorio politico affatto indipendente dagli scenari romani, ai quali siamo a doppio filo legati. Da parte mia rilevo, tristemente, che il giubilo di qualche colonnello civatiano nazionale circa l’elezione di Antonio Luongo (che come ho detto sopra, può rivelarsi positiva se le scelte future saranno coerenti con le istanze emerse durante il Congresso) rivela ahimè che l’area sta seguendo una strategia del tutto appiattita sull’antirenzismo; che, se può avere anche un senso a livello nazionale (e già non dovrebbe), declinato sui territori non assume alcun valore; anzi, si fa a quegli stessi territori un’inutile e gratuita violenza, finendo per privilegiare etichette e casacche distribuite in modo quasi del tutto casuale, e certamente non tatuate sulla pelle ma indossate in modo transitorio; favorendo quindi (involontariamente?) la restaurazione, il gattopardismo e il trasformismo. Cose che, ne sono certo, Pippo Civati abiurerebbe con decisione, ma che qui al Sud sono un cazzo di problema. E quindi, fate attenzione a come e dove intervenite, e il nostro sacrificio non sarà stato vano.

La mia idea di fondo, lo scrissi su questo stesso blog ben prima di abbracciare l’Area, è di lavorare per tirar fuori da ogni parte di questo partito, e dalle sue mancine vicinanze, tutto il buono che c’è, e che può essere utile a stappare il tappo, per lasciare emergere le energie del Sud e dell’Italia; spesso sepolte sotto una spessa coltre di sciocco “tifosismo” a priori, che proprio quest’area dovrebbe per prima rigettare.

Continuo a considerare la cosa una somma di errori individuali, e di limite di visione complessiva; spero vivamente, invece, non ci sia stato nel frattempo un netto cambio di strategia dopo la schiacciante affermazione di Renzi, che non deve avere l’effetto di spostare, nell’Area, l’ago della bilancia dalla qualità alla pura e semplice quantità. Anche perchè qui in Basilicata, diciamocelo, di renzismo se n’è visto punto; o meglio, che poi è la stessa cosa, di renzismo e metodi “renziani” nel senso più spregiativo del termine che noi “civatiani” possiamo dare, è permeata ogni corrente di questo partito. E magari si scopre, con sorpresa, che la più chiusa e autoreferenziale di tutte, è proprio quella più vicina a noi.

Sposarne una a caso, valutandone a naso solo “il peso” (e nel nostro caso ciccando clamorosamente), non serve alla Basilicata, non serve al Mezzogiorno, non serve, a ben vedere, nemmeno a Civati.

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