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La fiducia sull'Italicum è illegittima, in palese violazione dei regolamenti parlamentari.

In Politica Italiana on April 28, 2015 at 10:33 pm

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento sulla questione della fiducia del governo posta sulla legge elettorale in discussione in Parlamento. Operazione che vanta solo due “illustri” precedenti: secondo Left la fiducia su una legge elettorale è stata messa solo due volte nella storia della Repubblica: nel 1923, per l’approvazione della legge Acerbo che consacrò l’ascesa al potere del partito nazionale fascista, e nel 1953 quando la Dc fece approvare la cd. “legge truffa”. Precedenti non proprio illustri…

Di Andrea Casarano
(Membro Assemblea Nazionale Partito Democratico)

Se ne parlava da giorni. Ci si chiedeva se il Governo avrebbe davvero fatto il passo più lungo della gamba ponendo sulla legge elettorale, in arrivo alla Camera, la questione di fiducia. E alla fine è cosi che è andata: sarà questione di fiducia e questa scelta non è affatto casuale.

Intanto, qualche nozione per intenderci. La questione di fiducia, nella dialettica parlamentare, è uno strumento posto nelle mani del Governo che consiste, come molti di voi sapranno, nel qualificare l’atto legislativo come fondamentale per l’azione politica del Governo facendo dipendere dalla sua approvazione la permanenza in carica. Nella pratica politica tale strumento viene usato dal Governo per compattare la maggioranza parlamentare che lo sostiene e per evitare l’ostruzionismo dell’opposizione in quanto il suo effetto più importante e più rilevante è quello di rendere caduchi tutti gli emendamenti dovendosi direttamente procedere alla votazione articolo per articolo del provvedimento cosi come è strutturato.
Un effetto non da poco specie se si considera la travagliata storia dell’Italicum, approvato frettolosamente al Senato col soccorso azzurro di Forza Italia, quello stesso Senato che è un campo minato dal punto di vista dei numeri per il Governo perché ad oggi, con la fine del Nazareno, i numeri della maggioranza sono ancora più risicati.

Ecco dunque spiegato il ricorso ad uno strumento quale la questione di fiducia, idoneo a mettere in sicurezza il provvedimento da un eventuale ritorno al Senato, grazie al blocco degli emendamenti, ed allo stesso tempo atto forte per mettere la minoranza interna e l’opposizione con le spalle al muro. Quasi come se convivessero in uno strano ossimoro politico la forza intrinseca alla questione di fiducia, in grado di piegare tutto e tutti e la debolezza insita nella paura latente di un ritorno al Senato.

Tuttavia, il Governo non può fare un uso indiscriminato di questo strumento che, in qualche modo snatura il normale andare della vita Parlamentare espropriando nel vero e proprio senso della parola il Parlamento della propria funzione legislativa.

La possibilità di apporre la questione di fiducia ad una proposta di legge è disciplinata non dalla Costituzione (nulla c’entra l’articolo 72, 4°comma Cost, pure sbandierato da qualcuno) bensì dai regolamenti della stessa Camera dei Deputati e del Senato.

Proviamo quindi a chiederci: è sempre possibile apporre la questione di fiducia? E se non è possibile, in quali casi è possibile fare uso di questo strumento? La risposta non possiamo che andarla a rintracciare nella lettera delle norme dei regolamenti, in particolare negli articoli 116 e 49 del regolamento della Camera.

Dall’articolo 116, 4° comma si legge “La questione di fiducia non può essere posta su […] tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive il voto per alzata di mano o il voto segreto”.

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Conseguentemente dobbiamo chiederci dunque: quali sono gli argomenti sui quali si prescrive voto segreto? Infatti, se la legge elettorale fosse inquadrabile tra questi, si starebbe agendo in violazione dei regolamenti con una forzatura degli stessi che sarebbe da giudicarsi quantomeno innaturale. Le ipotesi di voto segreto sono previste dall’art. 49, 1° comma secondo il quale: “Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni riguardanti […] leggi ordinarie relative agli organi costituzionali dello Stato (Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo, Corte costituzionale) e agli organi delle regioni, nonché sulle leggi elettorali”Ecco la parola magica: “Leggi elettorali”.

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Quel che ne emerge è dunque che il governo agisce in piena violazione dei regolamenti, e che le opposizioni, hanno perlomeno qualche motivazione giuridica per inveire contro il Governo. Certo, ad alcuni potrà sembrare un cavillo da tecnici del diritto e sostanzialmente di poco conto, anche perché se nessuno eccepisce il contrasto con i regolamenti, nulla cambia e tutto è perfettamente legittimo.

Tuttavia, è implicito in un gesto del genere, nell’insensibile calpestare deliberatamente i regolamenti e le normali dinamiche della democrazia, un messaggio politico che molto dice sul metodo prima ancora che sul merito scelto per l’Italicum. Un metodo machista e fortemente autoritario che il Governo ha da sempre propugnato in questi mesi e che probabilmente ad oggi rappresenta il tratto maggiormente caratterizzante del Governo Renzi e della sua azione politica.

La finta Rivoluzione della legge elettorale.

In Economia e Sviluppo, Politica Italiana on January 27, 2014 at 5:25 pm

Senza nome

In due anni, dal 1991 al 1993, gli italiani spazzarono via la prima Repubblica, con la stagione referendaria che bocciò prima le preferenze, poi il finanziamento pubblico ai partiti. Nel mezzo, Tangentopoli fu solo la spia che segnalava che la diga stava cedendo e il sistema stava crollando.

In questi giorni in molti ritirano fuori quei referendum. Io nel 1991 avevo 13 anni. Ma ricordo quella stagione fibrillante e ribelle: i “grandi” si dicevano stufi dei partiti, della gestione clientelare del potere, del sistema di raccomandazioni, della spesa pubblica a pioggia (ricorda qualcosa?).

Era un sistema basato sulle preferenze , sul finanziamento pubblico, sul sistema elettorale proporzionale? Il popolo le bocciò, nella speranza che il sistema cambiasse, nell’impossibilità o nella inopportunità di cambiare direttamente il proprio orientamento di voto, molto meno fluido dell’attuale, alle elezioni.

Questi i miei ricordi, questa la mia sensazione.

Oggi qualcuno chiede di nuovo di introdurre le preferenze, forme legittime e regolamentate di finanziamento ai partiti (in realtà mai scomparso, si è voluto solo cambiare nome ai soldi), una legge meno maggioritaria che garantisca la governabilità senza però mortificare la rappresentanza. Gli si risponde ripescando i risultati di quella stagione referendaria: gli italiani si sono già espressi, e poi non è che con le preferenze il sistema fosse migliore…

Ora, a parte che 23 anni dopo quasi due generazioni si sono alternate e la platea non può più essere la stessa; ma se la lettura che ho nei miei ricordi è esatta, quel tecnicismo referendario fu politicissimo: una spallata al sistema politico, che sarebbe poi definitivamente franato sotto la scure della magistratura e del mancato sostegno di pezzi di potere economico italiano, sceso direttamente o indirettamente in campo, alla riceca di nuovi equilibri.

23 anni dopo, abbiamo cambiato legge elettorale, abbiamo sostituito il nomen della classe politica che ci ha rappresentato, ma il quadro non è cambiato: stiamo ancora qui a lottare contro quello stesso sistema, diventato se possibile anche più pervasivo e capillare; stiamo ancora qui a denunciare iniquità e malgoverno; stiamo ancora qui a scrivere di CAMBIAMENTO necessario per non naufragare.

Perdonatemi la chiosa, ma il Cambiamento necessario non passa, non può passare per una legge elettorale. Il maggioritario, le soglie di sbarramento, i listini bloccati, non hanno migliorato la qualità dell’azione politica e della classe dirigente. Anzi…

La Rivoluzione che chiediamo, e che con modestia cerchiamo di propagare e propagandare, è una Rivoluzione Culturale: capire che se il tuo vicino di casa sta bene, stai bene anche tu; che se abbattiamo le clientele, è vero che dovrai fare la fila come tutti per fissare una visita da quel bravo specialista della Asl, ma la fila sarà di pochi giorni, non di mesi, o anni; che se ci liberiamo di quel dirigente incompetente messo lì perché amico degli amici,  tuo figlio dovrà sì fare un concorso come tutti per avere un posto in quell’ufficio, ma i posti a disposizione saranno di più perché le risorse saranno spese meglio e non finiranno decurtate dai mille rivoli della rete clientelare; senza contare la qualità dei servizi e della nostra vita.

Invece, per paura o per pigrizia, non ci azzardiamo nemmeno ad immaginare una diversa modalità di regolamento della vita sociale ed economica, nonostante gli esempi virtuosi da imitare e da mettere a sistema siano vicini a noi, in Europa, e tanto spesso anche dentro l’Italia.

E quindi: scegliamo la legge elettorale migliore possibile, ma senza aspettarci che risolva i mali che sono dentro noi stessi.

Dopotutto: è solo una misera legge elettorale.

Il gioco delle tre carte.

In Politica Italiana on January 21, 2014 at 9:43 am

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Ci sono molte cose criticabili, nel metodo e nel merito, di questa bozza di legge elettorale che il Parlamento si appresta a discutere e, verosimilmente, ad approvare: la mancanza di preferenze, la (non) obbligatorietà di effettuare primarie per l’assegnazione dei posti nei listini, il premio di maggioranza abnorme in barba probabilmente alle indicazioni della Corte Costituzionale.

Ma quel che mi colpisce di più in negativo, e mi preoccupa, è il metodo Renzi. Non che mi aspettassi cose diverse, diciamo…

Il neo-segretario del PD ha generato molte aspettative, nel suo elettorato e in quello potenziale. Con il discorso di Milano ne ha provocate anche in chi, nel PD, non l’ha votato. Logico quindi che non voglia deluderle e abbia necessariamente bisogno di realizzare qualcosa da vendere come “Fatto” (nel senso del timbro che gli spot televisivi di Berlusconi di qualche tempo fa apponevano su alcuni punti del programma che secondo lui erano stati attesi dal suo governo…).

Si arriva dunque a questa legge elettorale nel più bieco e antidemocratico modo che si possa concepire: un caminetto tra 3-4 capibastone (Renzi, Berlusconi, Alfano e non si sa chi altri) che impegna una maggioranza di parlamentari e, di riflesso, l’intero Paese per i prossimi anni.

La legge elettorale del PD, infatti, non è stata concepita da una assemblea, da un gruppo di studio, da un manipolo di saggi di area e poi offerta alle critiche e agli aggiustamenti delle altre forze politiche. No. E’ stata pescata dal mazzo di tre carte che Renzi a porto ad altri leader. Senza aver ascoltato non dico la base, ma nemmeno il piano di mezzo: direttamente i vertici.

Se questo è il metodo che si dovrà seguire d’ora in poi, permettetemi una perplessità. Forse sarà normale per la destra, abituata a lavare in fretta i panni della politica e a lasciar fare. Per un partito come il nostro, trovarsi in una Direzione Naionale a dire sì o no alle iniziative del suo segretario, alla lunga finirà per logorarlo.

Dov’è la partecipazione? Dov’è la ricchezza di spunti e contenuti che un partito plurale può offrire al dibattito democratico? Quale sarebbe il contributo delle minoranze interne alla proposta, quale il loro margine di manovra? Ci si troverebbe ogni volta a dover chiedersi se vale la pena mettersi di traverso all’azione del segretario, che viaggia spedito col vento in poppa verso il traguardo, rischiando di essere etichettati come rompipalle a prescindere, senza chiedersi se poi il traguardo che si sta per centrare sia in effetti quello giusto.

Si dirà: non è un problema di Renzi. Renzi fa il Renzi. E sono sicuro che tanti saranno contenti della vitalità del nuovo PD: si arrivasse ad approvare una legge elettorale, sarebbe un canestro da tre punti per il sindaco. Nemmeno Berlusconi, come ho letto da qualche commento, potrebbe vantarsene: lui di tiri liberi ne ha avuti parecchi a disposizione e non ha mai fatto centro, finora. Per Renzi invece, sarebbe buona la prima, da vero fuoriclasse quale tenta di esser letto.

Invece il problema è proprio di Renzi. Rischia di trasformare questo partito in un feudo personale piegato alle idee (piuttosto estemporanee, dati causa e pretesto) del suo leader. E che tutto d’ora in avanti si trasformi in un referendum pro o contro Renzi: le Direzioni, le Assemblee, e magari pure i Congressi.

Un partito siffatto rischierebbe di aumentare la frattura con quella costola sempre più distante dell’elettorato di sinistra che è allergica ai “so tutto io, faccio tutto io” e che magari, anche a costo di perdere qualche settimana di pensiero in più, auspica e preferisce che importanti provvedimenti siano preceduti, e non seguiti, da ricerca e riflessione.

Ma evidentemente Matteo ha fatto i suoi conti, e deve aver capito che mostrare i muscoli strappa più applausi che leggere un libro. Anche se, a conti fatti, ci si accorge che il pubblico non può essere lo stesso. La scommessa di Matteo dovrebbe essere quindi che sotto il tendone, per qualcuno che si alza e se ne va, molti di più arriveranno ad ammirare i muscoli del Capitano.

Ammetto però che tra questo pubblico, anch’io comincio a sentirmi piuttosto a disagio.

Qualcuno legga un libro, per favore.

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