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L'Italia di Berlusconi. W l'Italia.

In Politica Italiana on June 25, 2013 at 9:46 am

Ma che bella giornata! Riprendendo il titolo di un film, ieri abbiamo vissuto una giornata densa di fatti politicamente rilevanti:

  1. Il pasticciaccio di Ragusa, in cui il candidato del centrosinistra si è scoperto essere in realtà un uomo di Cuffaro, molto più a destra di Renzi (per dire), denunciato dalla coraggiosa Valentina Spata che ha dovuto per questo subire l’onta dell’espulsione (dal PD eh, non dal movimento 5 stelle o dal PCUS); ebbene gli elettori hanno nettamente sfanculato (ops) i cartelli divenuti ormai palesi tra riformisti e conservatori (con tutto il rispetto per chi riformista o conservatore lo è davvero) e premiato il candidato del Movimento 5 Stelle. Auguri al neosindaco, che sappia non far rimpiangere i professionisti della politica, portando aria nuova e capacità di governo in quella bella città (peraltro anche a Messina vince un uomo che la politica la fa per strada e nelle piazze e non nei palazzi; auguri anche a lui)
  2. Il caso Roma Capitale: il neosindaco Marino, che ha i suoi bei problemi a contenere le pressioni e le pretese dei partiti, ansiosi di entrare in giunta per dare il loro “contributo” alla rinascita della città dopo il quinquennio di Alemanno, apre inaspettatamente al Movimento 5 Stelle offrendo un posto in giunta ad una persona loro gradita; un esperimento e prove di dialogo (vedi, Grillo, come si fa, la politica?) che sono un bel segnale per chi come me ritiene che il Paese potrà uscire dal pantano solo guardando alle forze civili che vogliono impegnarsi direttamente, stanche di delegare gente che appena ritirata la delega l’archivia nel cassetto facendosi bellamente i fatti suoi;
  3. Il Pres. Cav. On. S.B. condannato per una vicenda se vogliamo “minore” nella sua bella collezione di reati più o meno conclamati, stile Al Capone;

E’ di tutta evidenza come in un Paese normale il punto sub 3 sarebbe politicamente il meno rilevante, pur considerato che coinvolge il personaggio più in vista della Nazione. Voglio dire: le larghe intese vengono bocciate dall’elettorato lì dove un esperimento simile viene riproposto, un sindaco indipendente di una grande città tenta di aprire una breccia nel granitico fortino pentastellato, in questo turno di amministrative quasi ovunque vincono politici “nuovi” e non grigi uomini d’apparato, eppure la solidità dell’esecutivo pare venga minacciata da una condanna ad un uomo, se pur potente e venerato.

Prova ne è che prontamente i teorizzatori della “pacificazione nazionale” (che stranamente dovrebbe passare per l’amnistia totale e tombale a Silvio Berlusconi, e non ad esempio da un nuovo patto generazionale tra vecchia e nuova politica, oppure da un nuovo patto sociale tra ricchi e – sempre più – poveri, per ripartire e pianificare una nuova visione di futuro) hanno tirato fuori editoriali già pronti da mesi con i quali affermano che Berlusconi non si batte giudiziariamente ma politicamente. Come se l’essere processato e condannato dipendesse da un disegno politico della sinistra (quale sinistra? quella che non ha regolato il conflitto d’interessi? quella che non l’ha mai dichiarato ineleggibile ai sensi di legge? oppure quella che ci sta governando assieme?) e non piuttosto dal suo sentirsi un superuomo di fatto superiore anche alla legge. Condannato per e dai suoi vizi e dalle sue malefatte e non dal mandato sovversivo dei suoi avversari (ahah scusate, qui mi viene sempre da ridere, da tre mesi a questa parte!) politici

Ho già scritto che a mio avviso i processi di Berlusconi riguardano solo Berlusconi. Al massimo i suoi avvocati e i giudici chiamati a verificare e sindacare i fatti delittuosi sottoposti al loro giudizio. Tutt’al più interessa i suoi elettori, che dovranno giudicare anche da questi fatti, oltre che dai sorrisi e dalle promesse, se un uomo del genere è o meno degno di rappresentarli.

Concordo che Berlusconi si batte politicamente: ad esempio rifiutando di governarci insieme, se un’alternativa, pur difficile e piena di incognite, ce l’hai. E non tenendo il Paese allacciato al palo potenzialmente per cinque lunghi anni, durante la crisi più profonda che il Paese abbia mai conosciuto dal dopoguerra: impedendo, di fatto, in un tira e molla infinito e logorante, quelle riforme necessarie per adeguare il nostro sistema, economico, sociale e politico, alle sfide del terzo millennio, per dare la possibilità anche agli italiani di cogliere le opportunità della globalizzazione, invece che subirne soltanto le distorsioni.

Berlusconi si batte politicamente denunciando la sua incapacità e inadeguatezza a governare il Paese: l’Italia non è una azienda, non ha bisogno di manager. Ha bisogno di politici e di  politica. Politici e politica che non guardino i loro grevi interessi, non mettano in piedi un “postificio” per dar lavoro a parenti, amici  e anche nemici; che non si preoccupino solo di vincere delle elezioni, ma di come governare i processi e la macchina amministrativa dal giorno dopo la vittoria elettorale, essendo eletti da una parte ma rappresentanti di tutti.

Questa è l’Italia che voglio, l’Italia che sogno. Un’Italia dove Berlusconi magari non è in galera (fatti suoi) ma dove gli italiani lo possano guardare in faccia e riconoscerlo per quel che è: un vecchietto vizioso e incapace, che ha saputo raccogliere più di quel che ha seminato (perchè magari ha rubato dal campo del vicino), bravo solo ad usare soldi e potere per comprare il consenso di mercenari e mercenarie, incapace invece di tener su una famiglia, un’impresa, una Nazione.

W l’Italia.

La ricetta del Dott. Keynes per guarire dalla crisi.

In Economia e Sviluppo on May 15, 2013 at 9:23 am

Ecco, ci risiamo.
Puntualmente con la durezza della crisi economica le teorie mercantiliste, liberiste,
monetariste, peraltro applicate male e solo nella misura che conviene, entrano in crisi nell’opinione pubblica e ci si ricorda che, in una piccola parte della nostra memoria storica, un piccolo grande uomo, J.M.Keynes, aveva studiato i nostri sistemi economici e fornito ricette pratiche ai governanti che, se attuate, permettono ai sistemi capitalistici avanzati di uscire dalle cicliche crisi di domanda e riprendere a camminare. Però, c’è un però.

Keynes non è un medico che fornisce la cura a sistemi malati. L’economista inglese, inviso alla finanza e alla grande industria multinazionale come un cacciatore di frodo ad un ermellino, fa molto, molto di più: promette di garantire uno sviluppo graduale e controllato del sistema economico, ridurre le differenze sociali, garantire la piena occupazione in ogni fase del ciclo economico. Ma le sue ricette vanno applicate sempre, e le sue amare pillole vanno ingoiate anche quando il sistema gode di ottima salute.

Spiego.
In termini semplicistici e molto pratici, l’economia di mercato, deregolamentata secondo i principi classici, tende naturalmente a progredire con sbalzi e scossoni: fasi di boom si alternano a fasi di depressione preannunciati rispettivamente da periodi di ripresa e di declino. È un andamento naturale contro il quale si può ben poco; le cause di una crisi posso infatti essere le più diverse: siccità, guerre, saturazione della domanda per determinati prodotti trainanti, e mille altre, compresa l’eccessiva finanziarizzazione dell’economia causa scatenante della crisi che stiamo vivendo attualmente. Quindi impossibile per qualsivoglia governo intervenire preventivamente per evitare che le crisi economiche abbiano pesanti risvolti sociali: disoccupazione, calo del reddito, diminuzione della capacità d’acquisto dei salari, minore gettito fiscale, in un avvitamento autoalimentato che è difficile arrestare e dalle conseguenze drammatiche.

L’analisi keynesiana non parte dalla ricerca di un sistema perfetto. Non cerca quindi di piegare la pratica alla teoria, fa esattamente il contrario, che poi è quello che ogni metodo che voglia definirsi scientifico deve fare: osservare, formulare ipotesi, verificare. Il grande limite delle teorie economiche cd. classiche è proprio quello di formulare i propri postulati sulla base di modelli talmente semplificati da essere lontanissimi dalla realtà, anche se, in definitiva, comunque utili per comprendere alcune dinamiche di fondo. Sempre volendo semplificare al massimo, gli assiomi keynesiani ritengono possibile, e anzi eticamente e politicamente doveroso, che i Governi entrino nell’economia per regolarne gli scompensi lì dove l’autonomia privata da sola non potrebbe, se non appunto a costo di lunghe crisi e gravi ingiustizie, inaccettabili in uno Stato Moderno (che dovrebbe trovare nella tutela di TUTTI i propri cittadini la sua ragion d’essere). In caso di crisi, come questa, banalmente Keynes suggerisce che la domanda globale (data dalla somma di quella pubblica e quella privata) venga sostenuta aumentando gli investimenti pubblici e la spesa pubblica: sostenendo i redditi con trasferimento di ricchezza verso le famiglie in difficoltà, ad esempio, oppure attuando programmi di infrastrutture (strade, ferrovie, ponti, scuole, ospedali…) che abbiano come effetto quello di stimolare la domanda privata. Si è calcolato infatti che ogni euro investito produce un effetto moltiplicatore in grado di contribuire fino a sette volte la sua entità iniziale: l’euro speso dallo Stato è reddito per l’impresa che costruisce il ponte. Una parte di quell’euro finirà nelle tasche dell’operaio sotto forma di salario, il quale a sua volta acquisterà beni per la propria famiglia, dando reddito ad altre imprese ed operai, e così via.

La domanda è: dove prende lo Stato i soldi per gli investimenti necessari a far uscire il sistema dallo stallo? La risposta è drammaticamente banale: stampando moneta (entro
certi limiti, perché stampare indiscriminatamente produce notevoli effetti collaterali), o prendendone a prestito. Ora è evidente a tutti come attualmente l’Italia non sia in grado di accedere né alla prima né alla seconda opzione, avendo perso da una parte la propria sovranità monetaria, ora in mano alla Banca Centrale Europea, e dall’altra soggetta a vincoli di bilancio che impediscono, nei fatti, un ulteriore ricorso all’indebitamento, se non a prezzo di asprissime sanzioni comminate a livello europeo.

Abbiamo in pratica neutralizzato Keynes.

Al di là quindi della facile conclusione per la quale il Governo italiano, da chiunque presieduto e sostenuto, avrebbe comunque le armi spuntate, rendendo necessaria un’azione europea per la revisione o l’alleggerimento degli assurdi vincoli di bilancio imposti (formulati ormai trent’anni fa e comunque privi di una qualunque logica fattuale), l’osservazione più importante è che la teoria Keynesiana non finisce qui. Keynes continuava osservando che dopo l’iniezione di liquidità il paziente (il sistema economico) comincia a star meglio e riprendersi. Sempre per motivi al di fuori del controllo, ad esempio una nuova invenzione che infiamma il mercato, una febbre di domanda per alcuni beni magari immotivata e/o speculativa, il sistema economico, autonomamente, arriva in una fase che ben conosciamo e sogniamo, e che chiamiamo “boom”. Fabbriche a pieno regime, prezzi che salgono per l’incapacità di soddisfare l’improvvisa domanda, profitti alle stelle e tutti felici.

Felici un corno. Perché è proprio fra le pieghe dei boom che si nascondono i prodromi della prossima, più o meno lontana, crisi economica. È necessario pertanto che lo Stato intervenga anche in questa fase: aumentando le tasse, tagliando la spesa pubblica. Cioè quelle manovre recessive che stupidamente sono state messe in campo adesso, nella fase sbagliata, producendo l’unico effetto che possono produrre: ulteriore recessione.

L’intervento recessivo dello Stato in fasi di espansione a cosa serve? Serve a calmierare il sistema, impedendo e punendo le facili speculazioni, e ottenendo un ulteriore beneficio: permettere allo Stato di aumentare le proprie entrate, con le quali rimborsare i prestiti precedentemente effettuati per stimolare la domanda e uscire dalla crisi.

Tutto perfetto, tutto facile, tutto bene.
Ma allora, se è così semplice, perché Keynes è diventato sinonimo di bestemmia, di ricette vecchie e inefficaci, bollato negativamente anche da buona parte della nostra sinistra? Per una ragione semplice e misconosciuta: nessun governo, in nessun Paese del mondo, si sognerebbe mai di attuare politiche recessive proprio mentre il mercato “tira” e si possono facilmente avocare a sé improbabili meriti e cavalcare il consenso. Magari anche distribuendo il surplus di entrate in spese improduttive con il solo fine di alimentare clientelismi e favoritismi, anziché rimborsare i debiti contratti come logica di buona amministrazione vorrebbe. Questa storia immagino suoni familiare a molti.

Ecco perché ritengo che i tempi siano maturi per inserire, magari in Costituzione, l’obbligo dei governi di agire secondo i postulati keynesiani.

Abbiamo invece inserito il pareggio di bilancio. Che per molti è una cosa buona, quasi di buon senso. In pratica invece significa mettere Keynes fuori legge, ed essere condannati a crisi dure e violente senza avere a disposizione le armi per poterne uscire.

Il Pd sarà quotato in Borsa?

In Politica Italiana on May 12, 2013 at 8:55 am

serra

Ieri all’Assemblea Nazionale del PD ho assistito all’ultimo atto (mi auguro) di una partito nel quale non mi riconosco e che non riconosco più. Da troppo tempo tali assemblee sono solo un inutile adempimento formale atto ad esperire e consacrare una volontà decisionale e una capacità di sintesi che, evidentemente, risiede altrove. Dove, non è dato sapere, ma è facile immaginare.

E’ un altro effetto del berlusconismo (sempre colpa di Berlusconi? Sì.) che i dirigenti del PD hanno felicemente abbracciato, come tanti altri. E’ stato infatti il noto “statista” ad introdurre un principio distorto dell’uso assembleare, che il PD non ha contrastato affatto, poiché tornava utile per i propri scopi e disegni programmatici. L’assemblea dovrebbe infatti essere lo strumento dedicato alla formazione della volontà collettiva; al confronto delle idee; allo scontro, anche, tra diverse posizioni; e dovrebbe essere dotata degli strumenti per arrivare ad una sintesi delle diverse istanze e sfumature di posizione.

Troppo lungo, troppo difficile. E in tempi di visibilità mediatica, troppo rischioso mandare in onda in diretta le divisioni. Meglio scornarsi tra pochi eletti nel buio di una stanza appartata, che sia a Palazzo Grazioli o alla sede Nazionale del PD, e poi portare il risultato di fronte all’assemblea per la ratifica; inscenare un finto dibattito, nel quale ciascuno ha la libertà, certo, di dire la sua a favore di telecamera in tempi contingentati ma che si dilatano se sei un Vip (peraltro mancando il contraddittorio, non si capisce a cosa serva), ma poi il risultato è sempre l’approvazione unanime o quasi del documento elaborato altrove. E lasciare intuire le divisioni è sempre meglio che palesarle. Fa nulla se poi quelle stesse divisioni, irrisolte, saranno la causa del fallimento di qualunque tentativo di gestire la responsabilità.

Questo modo di fare è stato ricalcato pari pari dal modo di condurre le assemblee delle società per azioni, che Berlusconi evidentemente conosce bene per deformazione professionale: salvo rare eccezioni, infatti, o momenti particolarmente delicati della vita della società, di fatto queste assemblee, obbligatorie per legge per certe decisioni, sono privati del loro naturale ruolo e potere da parte di patti di sindacato (parasociali) che decidono sostanzialmente quel che verrà deciso formalmente in assemblea.

Triste che un partito di sinistra si comporti esattamente come una società di capitali privata. Ma non mi sorprende affatto, se analizziamo con piglio critico quel che questo partito è diventato: non (più) un mezzo per la rappresentanza di interessi (di parte, ovviamente, ma condivisi in larga misura nella base) nelle sedi istituzionali; bensì uno strumento per assicurare primariamente il posto di lavoro di manager (non posso definirli politici) deputati a gestire la cosa pubblica. Lo scontro fra partiti si è dunque risolto in scontro fra scuole manageriali. Una tendenzialmente liberista e conservatrice, l’altra tendenzialmente più progressista e attenta al sociale. Ma nei fatti la differenza tra le due scuole di pensiero si va facendo via via sempre più sottile, tanto da meritare la considerazione che il vero obiettivo di questi partiti non sia più il come gestire beni e servizi pubblici, ma gestirli punto e basta. E non voglio qui disquisire sulle capacità e preparazione manageriale dei nostri politici, tutt’altro che pacifica e scontata; e nemmeno speculare sulla opportunità di applicare principi manageriali alla gestione dello Stato, che dovrebbe a mio avviso essere sempre e comunque politica, non tecnica. Magari lo farò in un altro articolo.

Quel che mi preme sottolineare è che questo sistema, questa cosiddetta Seconda Repubblica, che doveva essere migliore della Prima in seguito al moto popolare di protesta che l’ha sepolta, si è rivelata essere un sistema di protezione del potere dalle ingerenze esterne, ancora più subdolo e difficile da scalfire del precedente. E i manager di destra e di sinistra sanno benissimo che, eletti amministratori delegati o meno, siederanno comunque tutti insieme allegramente nel consiglio di amministrazione dell’azienda Italia.

Giustamente proprio oggi Michele Serra, che ho citato in apertura, fa notare che il PD ha colpevolmente lasciato l’iniziativa politica al Movimento 5 Stelle, che ha così calamitato l’attenzione di una classe dirigente emergente che pare, in mezzo ad errori ed orrori inevitabili per certi versi, già più capace e preparata dei giovani rampanti manager piddini.

E tanti di quei ragazzi, sono certo, sono nostri giovani ex compagni, troppo stanchi di continuare a bussare a porte che restano sempre, inevitabilmente e incontrovertibilmente chiuse di fronte alle disinteressate istanze di cambiamento o al sincero bisogno di politica, quando questi non possono essere utilmente impiegati per una campagna elettorale come manovalanza a basso costo.

E, infatti, chiusa è rimasta ieri la porta dell’Assemblea Nazionale di fronte alle richieste di Cambiamento del movimento #occupyPD. Già gioiosamente etichettato come esuberanza giovanile e fenomeno di costume, con il placet e il supporto dei maggiori media nazionali.

No amici, compagni. Il movimento è quanto di più bello sia sorto dalle contraddizioni e dagli errori di questo partito. Non ascoltare quei ragazzi sarebbe un errore ancora più grande che tenerli fuori dalle vostre vuote assemblee.

Perché senza di loro, diciamolo, fatico adesso a trovare un briciolo di credibilità in questo partito.

 

 

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