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La data del Congresso? Boh… Mah!

In Politica Italiana on August 10, 2013 at 9:10 am

Dopo quasi quattro mesi dalle dimissioni della segreteria del Partito Democratico, il segretario sostitutivo Epifani, eletto praticamente al solo fine di organizzare le elezioni del nuovo segretario, tira fuori finalmente e faticosamente una data. Anzi no. Forse sì. Non si sa. Boh.

Boh è l’espressione che sempre più viaggia sulle bocche di attivisti ed elettori che guardano con occhi sempre più sbarrati l’ondeggiare delle decisioni dei vertici del Partito, che prima tengono legati alla seggiola delle regole centinaia di migliaia di iscritti, e poi lamentano un’eccessiva attenzione alle regole congressuali quando il Paese avrebbe tutt’altre priorità. Come il pilota di un aereo che si diverta a zigzagare tra le nuvole, salvo poi strigliare i suoi passeggeri se rovesciano negli appositi sacchetti i loro malumori.

Io credo che il problema della data sia un falso problema. Da una parte c’è l’indicazione di tenerla entro novembre, dall’altra si contrappone la strappata promessa di un giorno specifico verso il quale indirizzare sforzi e speranze. Nella sostanza cambia poco, tenendo anche presente che è l’Assemblea a dover convocare il Congresso. Piuttosto ci si dovrebbe meglio lamentare che la convocazione dell’Assemblea appare piuttosto tardiva rispetto alla data indicata per le primarie. Si rischia un pasticcio.

Il maggiore problema infatti, a mio avviso, è che da quattro mesi il Segretario tiene impegnata la segreteria, convoca direzioni e poi le rimanda, forma apposite commissioni, e di tutto questo lavoro non si è ancora capito quale ne sia il risultato. Gli stessi che presto metteranno mani alla riforma sul lavoro, con il dichiarato obiettivo di aumentare la produttività dei pigri lavoratori italiani, danno il pessimo esempio di come girando a vuoto non si produca risultato alcuno. Non una regola. Non una data. Mah.

Mah è l’altra espressione che sempre più viaggia sulle bocche di attivisti ed elettori che guardano con occhi sempre più sbarrati lo sgraziato balletto di una vecchia classe dirigente che proprio non si rassegna al suo destino, quello di un tramonto annunciato, per la responsabilità politica di scelte che non hanno voluto e saputo spiegare, e che ora temono possa presentare loro il conto.

Sì è vero, qualcuno dice che il bene del Paese viene prima di tutto. Ma il Paese siamo noi.

60 milioni di individui la maggioranza dei quali ha chiaramente chiesto un cambio di rotta, l’abbandono degli schemi del passato, ha detto basta ai teatrini, alla politica e ai politici macchiati dalla giustizia, ai falchi, ai colombi e alle pitonesse.

Se questo Governo doveva essere la dimostrazione che gli italiani si sono sbagliati, che della vecchia politica ci si può ancora fidare, che delle spinte populiste che chiedono pulizia senza volerla fare bisogna diffidare, io credo che ci si possa fermare qui. Non vedo pacificazione. Non vedo cambiamento. Non vedo azioni che puntino efficacemente ad accelerare e amplificare quella ripresa che in altri Paesi è già realtà da tempo e da noi soltanto uno sbiadito segnale, una scintilla che qualcuno ha intravisto e che fa gridare al “fermi tutti!” altrimenti l’incendio non divampa.

Che si voglia rimandare sine die il momento delle spiegazioni, del confronto, della discussione o della messa in discussione della linea politica, delle alleanze, dei programmi da attuare per far uscire dal pantano la nostra Nazione, in attesa che il treno della ripresa passi anche da noi e si possa finalmente dire “ecco, ora avete capito il perché, popolo beota”, mi pare tattica triste e perdente.

Perchè questo sottintende che il Partito non esiste, e che è anzi un ostacolo all’azione illuminata dei dirigenti nominati. Perché questo sottintende che il popolo non esiste, che non sia sovrano nel poter decidere, nel bene e nel male, del proprio destino.

Riprendiamo la nostra sovranità. Riprendiamoci il nostro partito. Riprendiamoci il nostro Paese.

Sul bene del quale, in definitiva, vorremmo poter decidere noi.

Come se nulla fosse. Il Congresso Atto Primo: togliere il tappo.

In Politica Italiana on July 5, 2013 at 9:03 am

bush

La riunione di ieri di “Fare il PD” vedeva, piuttosto singolare, la partecipazione di parecchi tra quelli che il PD l’hanno disfatto. Un fatto sinistro, più che di sinistra.

Sul significato puntuale di cosa si intenda per “aver disfatto il PD” ciascuno avrà la sua idea, ma io intendo principalmente l’aver portato il maggior Partito di sinistra a somigliare troppo ad un partito di destra, per azione e contenuti, e principalmente a quello del suo principale avversario. Con il quale, guarda un po’, stiamo giusto governando assieme (i casi, a volte).

Comunque lo si intenda, secondo la mia esperienza diretta, da ogni territorio e da ogni “fascia sociale”, da dentro e da fuori il partito il sentimento più evidente è quello di voler rinnovare il partito, scappato via in alto come un palloncino bizzoso, tirando quindi la cordicella per riportarlo in basso, verso il suo popolo e i suoi elettori, verso i bisogni e le aspettative della (sua) gente.

Qualche tempo fa, proprio nei giorni in cui da noi Bersani cercava imperterrito una ricollocazione, Bindi – bontà sua – si rifaceva una improbabile verginità, il sempreverde D’Alema sembrava deciso a non mollare l’osso addentato nel ’68 o giù di lì, commentavo sconsolato le foto che ritraevano Bush figlio passare le sue giornate post incarico dipingendo tele di dubbio gusto. E anche suoi noti predecessori, da quanto ne so, dopo il giro di giostra, si sono più opportunamente dedicati ad altro: conferenze, libri, consulenze, filantropia ecc. E mi pare che, a naso, in qualunque democrazia d’oltralpe i leader dei partiti abbiano una finestra limitata di tempo durante la quale esercitare le loro presunte capacità.

Da noi no. Chi entra in politica con un certo seguito e successo, non ne esce più. Condizionando perennemente la politica e i politici (che dovrebbero occuparsi dei problemi dei cittadini, e di assicurare loro benessere e diritti, vigilando certo sull’osservanza dei doveri, e modulando l’uno e l’altro secondo i tempi e i valori di riferimento), con il solo intento di sopravvivere a sé stesso. Anche i programmi elettorali dei partiti sono ormai puro esercizio di stile, e personalmente ho smesso di leggerli già da tempo; loro dovrebbero meno ipocritamente evitare persino di stamparli e risparmiare così almeno un po’ di carta.

Ecco perché ritengo che il reset della dirigenza attuale sia condizione necessaria per “fare il PD”. Non è una questione anagrafica. Stabiliamo piuttosto un criterio temporale: chi ha incarichi di partito o elettivi a livello nazionale da oltre dieci anni, è posto in pensionamento anticipato: non avrà più ruoli, non sarà più riproposto in nessuna elezione nazionale. Se proprio la politica è una passione imprescindibile, potrà sempre più utilmente impiegare la propria esperienza per proporsi alla guida del consiglio comunale della sua città, o della sua Regione.

Ovviamente questo non basta. Però credo che ci siano energie nel PD, alla base come al vertice, che possano trasformarlo radicalmente. Occorre togliere il tappo (anzi i tappi, perché a livello locale, da quanto sto imparando, la situazione è analoga se non peggiore, in tanti casi) che blocca e smorza l’energia.

Condizione preliminare, come si dice: necessaria, anche se non sufficiente, è che il tappo venga tolto, e chi ha portato il Partito in queste condizioni di debolezza assoluta (anche se conserva una certa forza relativa) non può essere incaricato della ricostruzione. Sarebbe come affidare il paziente stordito alle amorevoli cure del boia.

La loro occasione l’hanno avuta, sono certo che hanno fatto il massimo che potevano.

Bene, bravo, ma non bis.

 

La coerenza prima di tutto

In Idee, Politica Italiana on May 6, 2013 at 10:28 am

Gli italiani sono un popolo strano. Puoi fargli bere qualunque cosa, l’importante è che dimostri coerenza. Che poi i presupposti e i supposti siano aberranti, poco importa. Quel che fa effetto è il percorso logico. Così nessuno può dire di essere stato fregato perchè troppo stupido. Noi siamo furbi e intelligenti, nessuno può fregare un italiano!

Testimonianza lampante ne è il fatto che nei reality show l’accusa più infamante che un concorrente può ricevere dal pubblico a casa o dai suoi simili è di essere falso.

La verità ci acceca.

Vittima recente ne sono i neocampioni pentastellati. Talmente ossessionati dalla coerenza da non esitare un attimo a cacciare a pedate un loro collega-cittadino vittima della propria ossessione da palcoscenico. Non di aver lavorato male, presentato disegni di legge contrari ai principi del movimento, inneggiato ad ideologie post-fasciste, rilasciato dichiarazioni mendaci. No. Reato: troppe interviste. Ma tanto basta per il massimo della pena, giacché il regolamento parla chiaro: non si rilasciano interviste, a meno che tu non sia portavoce, e prima o poi tanto ti tocca che si fa a turno un po’ per uno.

Sempre in nome della coerenza, in due mesi i neoeletti cittadini si sono fatti sfuggire due grosse occasioni: eleggere un governo amico, con il quale essere interlocutori privilegiati per l’esecuzione del programma (sì lo so, il PD in realtà non lo avrebbe permesso, ma volete mettere la soddisfazione di atomizzare la loro già pesante spaccatura?); eleggere un Capo dello Stato amico, il quale avrebbe garantito il rispetto delle regole Costituzionali ormai ridotte a puro esercizio di stile. Come si sa le due partite, costituzionalmente separate, sono invece state unificate per volere dell’ex leader Bersani, in nome di una non meglio identificata strategia politica, che in pochi hanno capito e seguito, e che ha infine partorito una soluzione che era la sola praticabile un’ora dopo la chiusura dei seggi. Come arrampicarsi sulla montagna e poi scapicollarsi a valle per attraversarla, invece che usare il più comodo tunnel a disposizione. Ma tant’è, ormai siamo dall’altra parte.

E sempre in nome della coerenza, i grillini vengono giudicati per quella che è la promessa elettorale insieme più eclatante, quindi vendibile, ma anche più facile da verificare: l’auto riduzione dello stipendio. Si badi, non una battaglia per ridurre lo stipendio dei politici, o i costi del funzionamento dell’arrugginita macchina decisionale; bensì un martirio autoimposto con il quale rivendicare la diversità, la distanza, e marcare in modo chiaro e netto, senza possibilità di equivoci, la vicinanza al popolo rispetto all’altolocata casta.

E su questo tema non c’è giorno che giornalai più o meno nemici si scaglino contro l’armata brancaleone attendendo solo che i nodi vengano al pettine. Troppo golosa la torta, troppo invitante e a portata di mano il peccato, troppo insomma perché anche i verginali politici grillini non cadano facilmente in tentazione. Dimostrando di essere, di fatto, uguali a tutti gli altri.

Beh, caro giornalaio di turno, te lo dico chiaro e tondo. Registro che gli stipendi dei parlamentari sono tutti uguali, e ugualmente esosi e sproporzionati rispetto alle responsabilità, alla preparazione dimostrata, alla quantità e qualità di lavoro prestato da molti di essi. Ma di questo problema, in soldoni, non me ne frega niente. Due miliardi di euro (eccediamo) spesi per il funzionamento della politica italiana sono lo 0,1% del reddito nazionale. Mi preoccupo di più per l’oltre 50% di spesa pubblica, all’interno della quale si annidano inefficienze, profitti gonfiati, tangenti, che la politica avrebbe il dovere e il diritto di combattere e stanare, ottenendo un risparmio cento volte maggiore rispetto a quello che collettivamente ci costa.

Ad obiettivo raggiunto, lo stipendio glielo raddoppierei pure, altroché.

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