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Al Congresso di Natale saremo tutti più buoni.

In Idee, Politica Italiana on July 9, 2013 at 4:08 pm

bersaninatale

 Senza conflitto non c’è cambiamento (né vera democrazia)
R. Della Seta

Sono passati solo poco più di due mesi e di tutta la rabbia, l’indignazione e il senso di vergogna e inadeguatezza che gli elettori del PD hanno sofferto in qui giorni sembra rimasto già ben poco. E quel poco pare scemare giorno dopo giorno.

Non casualmente, Epifani che ha promesso il Congresso entro l’anno, sembra intenzionato a celebrarlo l’ultimo giorno utile possibile, magari proprio il 31 dicembre, tra un trenino, un brindisi, un cotechino e un piatto di lenticchie. A quel punto le acque si dovrebbero proprio essere calmate del tutto.

Dopo i primi, numerosi richiami all’ordine, al “stiamo calmi se no cade il governo, che poi è il nostro Governo”, siamo rapidamente giunti al “ma al Congresso non si deve essere noi contro loro”, “dividerci è quello che ci ha portato fin qua”, “dobbiamo trovare il punto d’incontro tra le varie anime e superare il correntismo”.

Tutte belle frasi che nascondono in verità il vecchio vizio della politica italiana: tentare di riciclarsi cambiando casacca. Volete il nuovo? Siamo il nuovo! Volete il cambiamento? Siamo il cambiamento! E pazienza se il gioco è palesemente falso ed improbabile. L’italiota, di destra o di sinistra, alla fine ci casca sempre.

Ma quel che appunto più mi inquieta è che di queste fesserie ne è pregna la base, e riscontro sempre maggiore richiami alla calma da parte di chi fino a poche settimane fa chiedeva con forza insieme a me di cambiare marcia. Ma come è possibile cambiare marcia al PD se alla guida c’è sempre lo stesso autista (che peraltro continua a dare segnali di non aver ancora capito dove deve andare, e continua a girare in tondo…)?

Quindi: punto primo del Congresso, mi pare di averlo già scritto, dovrà essere quello di dire chiaramente che il tizio (ehm, sarebbe meglio di re i tizi) alla guida debba scendere e far posto a qualcun altro, accomodandosi serenamente sul sedile posteriore, se crede.

Siamo invece già giunti al paradosso, prevedibile peraltro, per il quale la vecchia classe dirigente tenta di passare per vittima sacrificale: vittima del giovanilismo rampante, vittima di un giudizio politico frettoloso e parziale, vittima di una rabbia cieca che va sedata e calmierata, perché non costruttiva. E come sempre accade, l’italico popolo dalla corta memoria, subitaneamente corre in soccorso del povero dirigente abbandonato, solo e derelitto, povero genio incompreso e depresso. Alla cui presenza ci siamo ormai talmente abituati, da considerarlo quasi uno di famiglia, come fosse il nonno un po’ rinco. Ci dà amore e sicurezza. Insomma il nonno esce di casa, si perde per le strade della città, combina pure qualche casino, ci fa incazzare e preoccupare, ma non ci sogneremmo mai di buttarlo fuori di casa, ovviamente.

Ecco allora che il Congresso di Dicembre, in un clima natalizio durante il quale saremo tutti forzatamente un po’ più buoni, rischia di rafforzare quelli che due mesi fa avremmo spazzato via senza riguardi. Quelli che ci hanno raccontato che volevano il governo del cambiamento. (A questo proposito ecco il video del reoconfesso che ammette candidamente che un Governo con Grillo, fosse mica matto, lui non lo voleva fare. Ha solo chiesto i voti per far partire un Governo Bersani. Come avevo facilmente immaginato e spiegato qua). Quelli che hanno fatto un’alleanza con Sel e poi trattato il nome per il Quirinale solo col PDL. Quelli che hanno vinto le primarie al grido scandalizzato di “Renzi è di destra” e adesso governano con Alfano e Biancofiore.

Conserviamoli vivi questi ricordi. Non cancelliamo, per una volta, vi prego, la memoria di quello che è accaduto. Ci deve essere utile per voltare pagina, e guardare finalmente al futuro, dicendo chiaramente cosa vogliamo essere, dove vogliamo andare, che cosa si deve fare e come pensiamo di realizzarlo. E dicendo, altrettanto chiaramente, che chi vuole cose opposte, oh, dico: cose OPPOSTE! non può convivere con noi nel PD che vorremmo.

Pazienza se questo “spacca”. Se vinciamo il Congresso, avremo conservato di questo partito, perlomeno la parte migliore.

La parte migliore secondo me, of course.

Il mio intervento a #LaPoliticaCheVogliamo

In Idee, Politica Italiana on June 29, 2013 at 1:32 pm

Lo slogan e il tema di questo incontro è “la politica che vogliamo”. Bene. Ma quale politica vogliamo?

Troppo spesso da queste parti sento discorsi che confondono la politica con i politici. Forse è un vizietto che ci portiamo dietro da troppi anni, almeno da quando ne ho memoria io, ma con dispiacere devo purtroppo verificare che è ormai diffuso in tutta Italia.

I discorsi in TV, in famiglia, nelle piazze, vertono sempre sui nomi: Tizio ha proposto questo, Caio ha detto questa cosa. E anche la nostra partecipazione alla vita pubblica si limita troppo spesso a mettere una croce su un simbolo o su un nome. Cercando poi magari di rintracciare quel nome per chiedere favori e prebende.

Non cambieremo mai la politica continuando a ragionare in questi termini. Né in Basilicata, né in Italia.

Non è sostituendo o sostituendoci ad una classe dirigente che pure riteniamo inadeguata e in alcuni casi addirittura collusa con forze e poteri poco trasparenti del territorio e lontane dalla gente e dai suoi bisogni, che potremo dire di avere vinto.

Non è in sostanza cambiando un computer con uno più performante e veloce che si riuscirà a lavorare meglio, se il sistema operativo che ci montiamo sopra è sempre lo stesso, ed è ormai pacificamente obsoleto e inadeguato al compito che ci prefiggiamo. Non è sostituendo un re con un altro che si abbatte la monarchia. Non è nemmeno  sperando in un sovrano “illuminato” che ci si riappropria delle proprie libertà e dei propri diritti.

Occorre quindi cambiare completamente mentalità. A partire da noi. Cominciando a pensare di non delegare più ad una sola persona tutto il potere di fare e disfare con la velata ma ormai inefficace minaccia di non rivotarlo più la prossima volta. Dovremmo ormai aver capito che un certo sistema politico, del quale anche il mio partito purtroppo da troppo tempo fa parte, all’occorrenza cambierà gli uomini, ma non cambierà le logiche che ne determinano le azioni, le decisioni, che ci coinvolgono poi tutti a cascata.

Non serve in sostanza sostenere e votare Nino Carella come presidente del Consiglio, o sindaco, o Governatore della Basilicata, se non c’è un gruppo forte di controllo, di stimolo, una base numericamente e qualitativamente importante per un’attività di consultazione e verifica continua sul suo operato di rappresentante del popolo.

E’ questo che chiediamo con il nostro movimento: che le città, le regioni, lo Stato, siano guidate non più da oligarchie predeterminate, magari decise nelle buie stanze di un palazzo, ma dall’azione democratica della base, delle persone che vogliono incidere sulla vita e lo sviluppo del loro territorio. Mi obietteranno che i cittadini hanno progressivamente già abbandonato la politica da tempo. Ma questo non è del tutto vero: è vero piuttosto che la politica ha progressivamente abbandonato i cittadini. Anche la parte più attiva della cittadinanza, la parte più energica, più propositiva ed indipendente, forse troppo indipendente da poter essere tenuta agilmente sotto controllo.

Mi auguro quindi che la giornata di oggi segni anche nella nostra città, come già in tante realtà d’Italia, l’inizio di un percorso comune nel quale ciascuno secondo la propria sensibilità, ciascuno secondo i propri obiettivi, possa riconoscersi e partecipare. Al di là delle sigle che ci distinguono, ma non ci dividono, abbiamo di fronte l’occasione storica di poter incidere profondamente una nuova visione sulla nostra terra e nella nostra società.

Non è questo forse il momento di elencare proposte e idee concrete per l’Italia e la Basilicata. Adesso occorre guardarci in faccia, capire che è finito il tempo di una politica vuota e autoreferenziale che mira soltanto a gestire l’esistente, senza sforzarsi di proporre una nuova visione del futuro, una nuova idea di relazione e solidarietà tra le persone e le classi sociali; capire che dobbiamo completamente rovesciare le logiche di appartenenza e militanza, reclamando spazi adeguati e reale potere decisionale, per far sì che i partiti non siano più un feudo personale di questo o quel piccolo potente locale, non siano più un postificio per sistemare amici e parenti, non siano più uno strumento da utilizzare impropriamente per drenare risorse pubbliche e collettive, ma siano finalmente quello per il quale sono nati e che la nostra Costituzione riconosce: un luogo di confronto e di sintesi, di decisione e di dialogo, in orizzontale tra i cittadini, ed in verticale tra i cittadini e le Istituzioni.

La vicenda quotidiana di questo governo cosiddetto delle “larghe intese” (o piuttosto delle “larghe attese” come giustamente ha suggerito qualcuno) ci dà non solo il sospetto che si stia insieme per coprire colpe comuni, spalleggiarsi e proteggersi a vicenda, ma anche la certezza che le cose che servono, e che ci raccontiamo da decenni, non si faranno mai; sento parlare di Riforme dal 94 e le uniche che sono andate in porto in questi venti anni sono state maldestramente portate avanti a colpi di maggioranza, da una parte e subito messe in discussione dall’altra. Il ritrovato spirito di collaborazione nasce quindi dall’improvvisa consapevolezza della necessità di un confronto e di condivisione, o piuttosto dalla paura che un nuovo orizzonte si stia avvicinando, e in quell’orizzonte tanti di loro non vi troveranno più posto?

Io credo fortemente la seconda, leggendo in questo senso il risultato del voto di febbraio, e per questo vorrò personalmente impegnarmi per far avanzare quell’orizzonte il più possibile, fino ad incontrarlo, perché solo con idee nuove e nuove prospettive, solo con un rapporto più vero e sincero degli eletti con i loro elettori e il loro territorio si possono creare opportunità di crescita sostenibile e di sviluppo.

L’Italia, e la Basilicata, cambiano se cambia il PD. Ma il PD cambia se cambiamo noi, il nostro rapporto e le nostre aspettative nei confronti della politica e dei politici. Smettiamo di chiedere e cominciamo a prenderci e riprenderci quel che è nostro: la nostra terra, il nostro futuro e il nostro partito.

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