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La bugia di Epifani.

In Politica Italiana on July 28, 2013 at 9:21 am

Resisto a tutto meno che alle tentazioni. La tentazione stavolta è di smentire una bugia che di tweet in tweet, di stato in stato, di bocca in bocca, sta rimbalzando e prendendo corpo nella rete e tra le persone, rischiando di trasformarsi in una falsa verità. Quindi, ecco qui.

Per oltre due mesi i dirigenti del Partito Democratico ci hanno tenuti impegnati in un interessantissimo (sì, come no) dibattito sulla necessità di separare la figura di candidato premier da quella di segretario del partito. Un automatismo inutile, superato di fatto dalla deroga concessa a Matteo Renzi nelle scorse primarie, e dalle successive che già si prospettano all’orizzonte, ci si dovesse ritrovare in casi analoghi.
Sulla separazione delle carriere, diciamo così, il consenso si è rivelato quindi infine pressoché unanime.

Tuttavia questa è solo la base di una bugia costruita sopra per affondare il coltello dell’autoconservazione e della difesa dello status quo ancora più in profondità. La bugia è questa: se quindi abbiamo deciso di separare le carriere, fermo restando che il candidato premier verrà scelto con ampie primarie, il segretario è affare interno, e dovrà più logicamente esser scelto da una platea ristretta, coincidente con tutti gli iscritti del Partito Democratico.

L’apparente logicità delle proposizione sta mietendo pian piano ampi consensi nell’opinione pubblica, specie quella più vicina al Partito Democratico, i tesserati storici, il popolo delle sezioni e delle Feste dell’Unità; ansiosi di difendere la loro “diversità” da un banale elettore qualunque, che si dovrebbe arrogare persino il diritto di scegliere il nostro segretario, salvo poi sparire dall’orizzonte democratico per chissà quanto tempo.

Ebbene, le cose non stanno proprio così. Ovvero: fatte salve le opinioni di chi – giustamente – chiede maggiore considerazione e peso alla propria tessera e all’impegno profuso all’interno della struttura, spesso intenso e volontario, il piano delle considerazioni che si devono fare è propriamente politico, non materiale.

Cos’è dunque il Partito Democratico? L’articolo 1 dello Statuto lo definisce meravigliosamente una “federazione di elettori ed iscritti”. Il PD non è i suoi dirigenti; il PD non è i suoi dirigenti più gli attivisti tesserati; il PD è chiunque lo voti, aderendo ad un manifesto (piuttosto confuso in verità, ma questa è un’altra storia) di principi e di valori sui quali declinare idee e uomini per il raggiungimento di obiettivi comuni – largamente – condivisi.

Questo è. Questo ci è stato venduto per dieci anni. Un partito straordinariamente diverso da quello che ci circonda nel panorama politico italiano. Non un’associazione, non un movimento, ma un Partito, democratico appunto, ed un partito aperto, anzi, apertissimo.

Tanto che lo stesso articolo (il primo, il più importante, l’articolo fondamentale) conseguentemente prevede che “Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali”. Una rivoluzione sul piano politico e culturale, che mi ha visto aderire entusiasticamente, e tanti con me, a questo ambizioso e meraviglioso progetto. Un progetto coraggioso, se portato a compimento, perché declinato nel Paese dei Berlusconi, del concorso esterno in associazione mafiosa, delle clientele e della corruzione nella Pubblica Amministrazione.

Però fermiamoci un attimo: se tutti gli elettori, non solo gli iscritti, partecipano all’elezione delle cariche interne (segretario) e alla scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali (premier), l’eliminazione dell’automatismo non influisce sulla base elettorale per la scelta dell’uno o dell’altro. E se ci si pensa un attimo, ciò concorda appieno con quanto dichiarato sull’identità del Partito Democratico: essere, appunto, una federazione di iscritti ed elettori. Si dà quindi corpo ed anima ad una proposizione che altrimenti sarebbe rimasta solo una frase vuota, una dichiarazione d’intenti: il PD è formato da tutti i suoi elettori, e lo dimostriamo chiamandoli a scegliere i candidati e i dirigenti.

Fatta salva quindi la legittima richiesta della base più attiva di maggiore attenzione e valore alla loro partecipazione, problema che #occupypd ritiene primario per la costruzione di un nuovo PD e per il rilancio della sua iniziativa politica, richiesta alla quale il prossimo segretario, chiunque sia, dovrà prendersi in carico per cercare soluzioni e risposte, nondimeno far passare la proposta Epifani dell’ultima Direzione Nazionale significa stravolgere il Partito Democratico. Venderlo da domani per qualcosa di diverso da quel che era fino a ieri. Un nuovo progetto, un nuovo indirizzo politico, un nuovo contenitore; si rimette in discussione l’idea stessa di appartenenza e di rappresentanza che milioni di italiani hanno riposto in questa federazione di elettori, credendola aperta, fluida, vicina alla gente.

E’ legittimo cambiare passo. E’ possibile rimettere tutto in discussione, fare un’ampia riflessione, adeguare il percorso tenendo conto dei risultati ottenuti e introducendo correttivi anche pesanti, se necessario. Ma va fatto nelle sedi opportune: un congresso ad esempio, straordinario peraltro per il tema oggetto di discussione.

Non una Direziona Nazionale. E’ una cosa che non sta in piedi, e non stando in piedi, puzza. Puzza di sgambetto, di tentativo di restaurazione, di ostacolo al cambiamento, di impedimento di quel ricambio di idee e di uomini necessario come il pane in questa fase, per ridare credibilità e forza ad un progetto politico che appare appannato ed in caduta libera.

Se ci sono state scelte politiche difficili, chi le ha prese ha l’onore e l’onere di doverle difendere e spiegare, non di scappare da un invece necessario confronto sul percorso che il Partito si è dato, e su quelli che invece avrebbe potuto più felicemente intraprendere. Se manca la volontà di confrontarsi, se si spacca il capello in quattro per evitare il giudizio degli elettori che SONO il Partito Democratico, e che tanto, presto o tardi, inclementemente arriverà, l’impressione che si dà è che davvero queste scelte siano inspiegabili e indifendibili.

Le nostre domande a Epifani. #mobbasta #occupypd

In Politica Italiana on July 27, 2013 at 9:28 am

protesta occupypd

Ieri è andata in onda l’ennesima puntata della saga “Desperate Houseparty”.

Il riassunto delle precedenti puntate. Ci hanno fatto discutere per due mesi su un nodo: cambiare lo Statuto del PD nel punto in cui la norma prevede che il segretario sia automaticamente anche il candidato premier. Una norma, evidentemente, superata dai fatti, anacronistica, anche un po’ spocchiosa, oltre che politicamente debole. Quindi, era pacifico che si potesse, si dovesse, cambiare.

La puntata di oggi. Colpo di scena! Quella norma era soltanto il cavallo di Troia. Una volta accettato l’equino all’interno delle nostre mura cerebrali, il passo ulteriore è stato: se allora il segretario non è più candidato premier, la sua base di legittimazione non può essere la stessa del passato: il primo dovrà continuare ad essere scelto con le primarie, quando verrà il tempo della scelta (cioè al momento dello scioglimento delle Camere); il secondo, logicamente, dovrà essere scelto dagli iscritti del partito che ci si candida a guidare.

In teoria non fa una piega. In teoria. In pratica fa delle grinze alte un dito.

Lo Statuto del Partito Democratico, al primo articolo (non uno a caso, dunque), recita: “Il Partito Democratico è un partito federale costituito da elettori ed iscritti, fondato sul principio delle pari opportunità”; il successivo comma si spinge ancora oltre e “affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali.”

Dunque il Partito, oggi, questo è (sulla carta). Quel che chiediamo è una riforma dei fatti, non delle intenzioni. Nelle intenzioni il PD è esattamente quel che noi vorremmo fosse da domani mattina. Il codice etico, lo Statuto, la linea politica votata nelle direzioni, disegnano un percorso puntualmente tradito da un gruppo dirigente teso soltanto a fare del mestiere più precario del mondo, perché sottoposto alle volubili valutazioni degli elettori, una rendita a vita: un tesseramento fuori da qualunque controllo; circoli in larga parte del territorio svuotati di iniziative e contenuti, divenuti soltanto fortini nei quali inscenare faide interne e accordi di spartizione di poteri e prebende; dirigenti eletti da una manciata di tessere che non rispondono a nessuno di eventuali (e ce ne sono) incompatibilità, o cambiamenti di linea politica. Non è questo il PD che avevamo in mente, che abbiamo sempre votato e sostenuto, e che è descritto nelle carte e nelle dichiarazioni pubbliche; non è questo il PD che vogliamo costruire.

Mi pare dunque evidente che se la vostra intenzione è quella di disegnare un partito diverso (e comunque quello attuale, nei fatti ripeto, non è mai stato realizzato), devono esserci ragioni politiche evidenti, che ci devono essere spiegate. La cosa va discussa in tutte le sedi. Non è una variazione da poco. Passare da un Partito federato di iscritti, eletti ed elettori al partito degli iscritti ed eletti, potrebbe pure avere una logica che ai più sfugge; attendiamo quindi che questa Rivoluzione necessaria ci venga perlomeno illustrata; siamo menti fresche, non abbiamo la Vostra esperienza e forse nemmeno le vostre capacità; spiegatecelo come se avessimo sei anni; siamo i vostri iscritti, siamo i vostri elettori.

Lasciamo quindi stare le ragioni di opportunità (se una siffatta Rivoluzione può essere compiuta dalla classe dirigente più contestata della storia, con il partito ai minimi termini di consenso, da un’Assemblea eletta quattro anni prima del tradimento dei 101…); lasciamo stare le ragioni di strategia politica (per non saper né leggere né scrivere, se l’obiettivo è recuperare consensi, si dovrebbero spalancare porte e finestre, non murarvisi dentro…); chiediamo solo risposte. Le domande sono queste:

1) perché Bersani, pur con mandato pieno di ricerca di una maggioranza diversa da quella che avrebbe sostenuto il governissimo, e con continue dichiarazioni pubbliche in tal senso, non è mai andato oltre la proposta “date i voti ad un mio governo, che sarà un governo di Cambiamento”?

2) perché quando, fallito il suo tentativo di formazione di un governo, con la (ovvia, scusate) contestazione grillina “tu che stai nei Palazzi da quarant’anni non sei credibile quando parli di Cambiamento”, salito al Quirinale, non ha chiesto al Capo dello Stato che il mandato venisse affidato a personalità diversa dalla sua?

3) perché il Capo dello Stato, congelando la Costituzione e senza alcun precedente nella storia Repubblicana, non ha di sua sponte ricercato una personalità terza che potesse mettere d’accordo PD e SEL (che si erano pubblicamente dichiarati disponibili in tal senso) e M5S (che non aveva possibilità di alleanze alternative, se il PD è maggioranza assoluta alla Camera)?

4) perché, se l’obiettivo fosse stato quello di condividere con una platea parlamentare la più ampia possibile l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, di punto in bianco la “bellissima sorpresa” è stata l’accordo sul nome di Marini con il PDL, con tutti gli altri partiti tagliati fuori dalle trattative per loro stessa ammissione?

5) Perché se compito del Segretario Epifani è di organizzare il prossimo Congresso che dovrebbe per statuto tenersi entro 4 mesi dalle dimissioni (quindi entro il 23 agosto, art. 5 comma 1 e 2) o al più tardi entro il 7 novembre, alla data del 27 luglio dell’anno del Signore 2013 le procedure congressuali non sono state neppure avviate e stiamo qui a discutere di incomprensibili Rivoluzioni statutarie?

A queste domande avrebbe dovuto rispendere qualcuno, almeno ieri. Se non rispondi, caro Epy, se scappi dalle tue responsabilità e ferisci il nostro desiderio che venga fatta chiarezza, in nome di una politica semplice e pulita, come dovrebbe essere sempre, è normale che qualcuno ti contesti. Ma forse non sei stato messo lì a caso, e il pelo sullo stomaco cresciuto in decenni di militanza sindacale servono da scudo alle manovre di qualcuno.

Attendiamo fiduciosi. Domani è un altro giorno. Chissà che puntata andrà in onda. Noi siamo qua, spettatori sempre più tentati di cambiare canale.

Roberto Speranza. L'amaro Lucano.

In Politica Italiana on July 11, 2013 at 3:18 pm

Non conoscevo Roberto Speranza. E’ lucano come me, ma sono stato fuori dalla mia regione per 15 anni. Ho salutato quindi come un fatto positivo che un giovane lucano abbia scalato i gradini della politica per arrivare al vertice, diventando addirittura Capogruppo del mio Partito alla Camera dei Deputati.

Poi l’ho conosciuto. Non di persona, ma attraverso le sue dichiarazioni e i suoi atti politici, come tutti. E ho capito che era l’uomo giusto al momento giusto. Infatti è un politico giovane, nuovo, perfino meridionale. L’identikit perfetto per una Legislatura che comunichi: Cambiamento!

Diciamo però che anche un impiegato del catasto al suo posto avrebbe potuto fare discretamente il suo stesso lavoro, a patto di possedere gli stessi requisiti. Roberto Speranza si comporta e comunica come il più grigio dei burocrati, come il più fedele dei soldati, stoicamente a difesa dell’indifendibile condotta politica degli ultimi due mesi. Praticamente è il nostro Sandro Bondi. Bella roba, non pensavo ne avessimo. Invece…

Non mostra avere uno straccio di idea autonoma, di obiettivo politico, se non quelli che gli vengono caricati di volta in volta, come un computer che può essere programmato a piacere del suo proprietario.

E quindi, chi è il proprietario di Roberto Speranza? Ce lo dica, una buona volta. Anzi no. Non ce n’è bisogno. Lo capiamo da noi.

Oggi viene catapultata sulla mia bacheca virtuale il link ad un’intervista del nostro, nella quale, con acume politico e dimostrata conoscenza della storia italiana degli ultimi vent’anni, Robertino perentoriamente chiede: “il Pdl deve chiarire se intende mettere al primo punto gli interessi dell’Italia o quelli giudiziari di Berlusconi.”

Sono saltato dalla sedia. Devo aver letto male: cioè, abbiamo ingoiato e contestato decine di leggi vergogna, ingerenze della politica negli affari della magistratura, rischiato la sovversione della divisione dei poteri, e ancora ci stiamo chiedendo se il PDL tiene più a Berlusconi che all’Italia?

Non può essere, mi sono detto. Dev’esserci dell’altro. Evidentemente, ho concluso, all’atto di fare il governo, il PDL deve aver giurato di rigare dritto, e Roberto comincia ad avere il sospetto che qualcuno deve aver fatto le corna di nascosto, inficiando la promessa fondante del patto di governo. Non si fanno queste cose. Occhio che Robertino lo dice alla maestra e fa segnare i nomi alla lavagna.

Poi leggo che Speranza (basta fare ironie sul nome, per favore, abbiamo capito che è un ossimoro) lancia l’avvertimento finale: “Secondo la legge del ’57, Berlusconi non è ineleggibile quindi noi come sempre abbiamo fatto rispetteremo la legge”. Wow! Capolavoro.

Solo che non mi pare che la questione, tutt’altro che pacifica, sia mai stata dibattuta in un’assemblea degli eletti, in un gruppo alla Camera o al Senato, quindi Speranza a che titolo parla? Personale? di capogruppo? di portavoce del proprietario?

Nessuno di questi: hanno solo inserito il floppy (sì lo so, in apparenza sembra un modello più recente, invece va ancora a floppy disk) e lui è partito.

Caro Roberto, se la tua idea di intendere la politica è il nuovo che avanza, quasi quasi rimpiango già la vecchia. E bene fai a spendere la tua verve a Roma, tenendoti lontano dal teatro lucano.

Qui infatti va in scena uno spettacolo deprimente da troppi anni, mi dicono, e gli effetti li vedo tutti coi miei occhi, negli occhi della gente, e segnati sul territorio. Sei la dimostrazione che il ricambio politico non è un fatto generazionale: per la politica si può essere vecchi anche a trent’anni, se il modo di fare politica è questo.

Però la carriera si fa più in fretta.

W il merito, W le idee nuove, W la buona politica. Avanti tutta, Speranza! Tra qualche anno il Quirinale, senza dubbio, ti aspetta!

 

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