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Le nostre domande a Epifani. #mobbasta #occupypd

In Politica Italiana on July 27, 2013 at 9:28 am

protesta occupypd

Ieri è andata in onda l’ennesima puntata della saga “Desperate Houseparty”.

Il riassunto delle precedenti puntate. Ci hanno fatto discutere per due mesi su un nodo: cambiare lo Statuto del PD nel punto in cui la norma prevede che il segretario sia automaticamente anche il candidato premier. Una norma, evidentemente, superata dai fatti, anacronistica, anche un po’ spocchiosa, oltre che politicamente debole. Quindi, era pacifico che si potesse, si dovesse, cambiare.

La puntata di oggi. Colpo di scena! Quella norma era soltanto il cavallo di Troia. Una volta accettato l’equino all’interno delle nostre mura cerebrali, il passo ulteriore è stato: se allora il segretario non è più candidato premier, la sua base di legittimazione non può essere la stessa del passato: il primo dovrà continuare ad essere scelto con le primarie, quando verrà il tempo della scelta (cioè al momento dello scioglimento delle Camere); il secondo, logicamente, dovrà essere scelto dagli iscritti del partito che ci si candida a guidare.

In teoria non fa una piega. In teoria. In pratica fa delle grinze alte un dito.

Lo Statuto del Partito Democratico, al primo articolo (non uno a caso, dunque), recita: “Il Partito Democratico è un partito federale costituito da elettori ed iscritti, fondato sul principio delle pari opportunità”; il successivo comma si spinge ancora oltre e “affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali.”

Dunque il Partito, oggi, questo è (sulla carta). Quel che chiediamo è una riforma dei fatti, non delle intenzioni. Nelle intenzioni il PD è esattamente quel che noi vorremmo fosse da domani mattina. Il codice etico, lo Statuto, la linea politica votata nelle direzioni, disegnano un percorso puntualmente tradito da un gruppo dirigente teso soltanto a fare del mestiere più precario del mondo, perché sottoposto alle volubili valutazioni degli elettori, una rendita a vita: un tesseramento fuori da qualunque controllo; circoli in larga parte del territorio svuotati di iniziative e contenuti, divenuti soltanto fortini nei quali inscenare faide interne e accordi di spartizione di poteri e prebende; dirigenti eletti da una manciata di tessere che non rispondono a nessuno di eventuali (e ce ne sono) incompatibilità, o cambiamenti di linea politica. Non è questo il PD che avevamo in mente, che abbiamo sempre votato e sostenuto, e che è descritto nelle carte e nelle dichiarazioni pubbliche; non è questo il PD che vogliamo costruire.

Mi pare dunque evidente che se la vostra intenzione è quella di disegnare un partito diverso (e comunque quello attuale, nei fatti ripeto, non è mai stato realizzato), devono esserci ragioni politiche evidenti, che ci devono essere spiegate. La cosa va discussa in tutte le sedi. Non è una variazione da poco. Passare da un Partito federato di iscritti, eletti ed elettori al partito degli iscritti ed eletti, potrebbe pure avere una logica che ai più sfugge; attendiamo quindi che questa Rivoluzione necessaria ci venga perlomeno illustrata; siamo menti fresche, non abbiamo la Vostra esperienza e forse nemmeno le vostre capacità; spiegatecelo come se avessimo sei anni; siamo i vostri iscritti, siamo i vostri elettori.

Lasciamo quindi stare le ragioni di opportunità (se una siffatta Rivoluzione può essere compiuta dalla classe dirigente più contestata della storia, con il partito ai minimi termini di consenso, da un’Assemblea eletta quattro anni prima del tradimento dei 101…); lasciamo stare le ragioni di strategia politica (per non saper né leggere né scrivere, se l’obiettivo è recuperare consensi, si dovrebbero spalancare porte e finestre, non murarvisi dentro…); chiediamo solo risposte. Le domande sono queste:

1) perché Bersani, pur con mandato pieno di ricerca di una maggioranza diversa da quella che avrebbe sostenuto il governissimo, e con continue dichiarazioni pubbliche in tal senso, non è mai andato oltre la proposta “date i voti ad un mio governo, che sarà un governo di Cambiamento”?

2) perché quando, fallito il suo tentativo di formazione di un governo, con la (ovvia, scusate) contestazione grillina “tu che stai nei Palazzi da quarant’anni non sei credibile quando parli di Cambiamento”, salito al Quirinale, non ha chiesto al Capo dello Stato che il mandato venisse affidato a personalità diversa dalla sua?

3) perché il Capo dello Stato, congelando la Costituzione e senza alcun precedente nella storia Repubblicana, non ha di sua sponte ricercato una personalità terza che potesse mettere d’accordo PD e SEL (che si erano pubblicamente dichiarati disponibili in tal senso) e M5S (che non aveva possibilità di alleanze alternative, se il PD è maggioranza assoluta alla Camera)?

4) perché, se l’obiettivo fosse stato quello di condividere con una platea parlamentare la più ampia possibile l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, di punto in bianco la “bellissima sorpresa” è stata l’accordo sul nome di Marini con il PDL, con tutti gli altri partiti tagliati fuori dalle trattative per loro stessa ammissione?

5) Perché se compito del Segretario Epifani è di organizzare il prossimo Congresso che dovrebbe per statuto tenersi entro 4 mesi dalle dimissioni (quindi entro il 23 agosto, art. 5 comma 1 e 2) o al più tardi entro il 7 novembre, alla data del 27 luglio dell’anno del Signore 2013 le procedure congressuali non sono state neppure avviate e stiamo qui a discutere di incomprensibili Rivoluzioni statutarie?

A queste domande avrebbe dovuto rispendere qualcuno, almeno ieri. Se non rispondi, caro Epy, se scappi dalle tue responsabilità e ferisci il nostro desiderio che venga fatta chiarezza, in nome di una politica semplice e pulita, come dovrebbe essere sempre, è normale che qualcuno ti contesti. Ma forse non sei stato messo lì a caso, e il pelo sullo stomaco cresciuto in decenni di militanza sindacale servono da scudo alle manovre di qualcuno.

Attendiamo fiduciosi. Domani è un altro giorno. Chissà che puntata andrà in onda. Noi siamo qua, spettatori sempre più tentati di cambiare canale.

Al Congresso di Natale saremo tutti più buoni.

In Idee, Politica Italiana on July 9, 2013 at 4:08 pm

bersaninatale

 Senza conflitto non c’è cambiamento (né vera democrazia)
R. Della Seta

Sono passati solo poco più di due mesi e di tutta la rabbia, l’indignazione e il senso di vergogna e inadeguatezza che gli elettori del PD hanno sofferto in qui giorni sembra rimasto già ben poco. E quel poco pare scemare giorno dopo giorno.

Non casualmente, Epifani che ha promesso il Congresso entro l’anno, sembra intenzionato a celebrarlo l’ultimo giorno utile possibile, magari proprio il 31 dicembre, tra un trenino, un brindisi, un cotechino e un piatto di lenticchie. A quel punto le acque si dovrebbero proprio essere calmate del tutto.

Dopo i primi, numerosi richiami all’ordine, al “stiamo calmi se no cade il governo, che poi è il nostro Governo”, siamo rapidamente giunti al “ma al Congresso non si deve essere noi contro loro”, “dividerci è quello che ci ha portato fin qua”, “dobbiamo trovare il punto d’incontro tra le varie anime e superare il correntismo”.

Tutte belle frasi che nascondono in verità il vecchio vizio della politica italiana: tentare di riciclarsi cambiando casacca. Volete il nuovo? Siamo il nuovo! Volete il cambiamento? Siamo il cambiamento! E pazienza se il gioco è palesemente falso ed improbabile. L’italiota, di destra o di sinistra, alla fine ci casca sempre.

Ma quel che appunto più mi inquieta è che di queste fesserie ne è pregna la base, e riscontro sempre maggiore richiami alla calma da parte di chi fino a poche settimane fa chiedeva con forza insieme a me di cambiare marcia. Ma come è possibile cambiare marcia al PD se alla guida c’è sempre lo stesso autista (che peraltro continua a dare segnali di non aver ancora capito dove deve andare, e continua a girare in tondo…)?

Quindi: punto primo del Congresso, mi pare di averlo già scritto, dovrà essere quello di dire chiaramente che il tizio (ehm, sarebbe meglio di re i tizi) alla guida debba scendere e far posto a qualcun altro, accomodandosi serenamente sul sedile posteriore, se crede.

Siamo invece già giunti al paradosso, prevedibile peraltro, per il quale la vecchia classe dirigente tenta di passare per vittima sacrificale: vittima del giovanilismo rampante, vittima di un giudizio politico frettoloso e parziale, vittima di una rabbia cieca che va sedata e calmierata, perché non costruttiva. E come sempre accade, l’italico popolo dalla corta memoria, subitaneamente corre in soccorso del povero dirigente abbandonato, solo e derelitto, povero genio incompreso e depresso. Alla cui presenza ci siamo ormai talmente abituati, da considerarlo quasi uno di famiglia, come fosse il nonno un po’ rinco. Ci dà amore e sicurezza. Insomma il nonno esce di casa, si perde per le strade della città, combina pure qualche casino, ci fa incazzare e preoccupare, ma non ci sogneremmo mai di buttarlo fuori di casa, ovviamente.

Ecco allora che il Congresso di Dicembre, in un clima natalizio durante il quale saremo tutti forzatamente un po’ più buoni, rischia di rafforzare quelli che due mesi fa avremmo spazzato via senza riguardi. Quelli che ci hanno raccontato che volevano il governo del cambiamento. (A questo proposito ecco il video del reoconfesso che ammette candidamente che un Governo con Grillo, fosse mica matto, lui non lo voleva fare. Ha solo chiesto i voti per far partire un Governo Bersani. Come avevo facilmente immaginato e spiegato qua). Quelli che hanno fatto un’alleanza con Sel e poi trattato il nome per il Quirinale solo col PDL. Quelli che hanno vinto le primarie al grido scandalizzato di “Renzi è di destra” e adesso governano con Alfano e Biancofiore.

Conserviamoli vivi questi ricordi. Non cancelliamo, per una volta, vi prego, la memoria di quello che è accaduto. Ci deve essere utile per voltare pagina, e guardare finalmente al futuro, dicendo chiaramente cosa vogliamo essere, dove vogliamo andare, che cosa si deve fare e come pensiamo di realizzarlo. E dicendo, altrettanto chiaramente, che chi vuole cose opposte, oh, dico: cose OPPOSTE! non può convivere con noi nel PD che vorremmo.

Pazienza se questo “spacca”. Se vinciamo il Congresso, avremo conservato di questo partito, perlomeno la parte migliore.

La parte migliore secondo me, of course.

#OccupyPD: 'ndo state? che fate? 'ndo annate?

In Politica Italiana on May 18, 2013 at 4:04 pm

Mentre Epifani comincia il suo ruolo di garante e traghettatore con un’infelice battuta sul numero di candidati alla segreteria (d’altronde c’è da capirlo, lui era candidato unico), la base pare invece unita nel chiedere che il prossimo Congresso sia vera occasione di rinnovamento. Anzi un vero e proprio atto di nascita, visto che questo PD, così come ciascuno di noi poteva averlo in mente, di fatto non è mai nato, giocando soltanto il ruolo di comitato elettorale a favore di questo o quello ma perdendo l’identità di “Partito” come lo si può immaginare solo a sinistra.

Il movimento #occupyPD è nato spontaneamente il 18 di aprile (anzi auguri, oggi è il suo complemese!) in reazione alla candidatura di Marini alla presidenza della Repubblica concertata dal PD, possessore della Golden Share parlamentare in virtù della maggioranza alla Camera, con la destra berlusconiana; scelta che ha preso in contropiede tutti gli elettori (e anche parecchi eletti, evidentemente) visto che fino a quel momento la strada indicata dalla dirigenza era di un accordo con chiunque meno che con Berlusconi, e che si doveva sfruttare l’occasione storica di far fuori concretamente il Caimano dalla vita politica di questo Paese; pur senza mai dirlo esplicitamente, il piano Bersani, recitato davanti a stampa e TV, guardava evidentemente al Movimento 5 Stelle.

Alcuni giovani militanti hanno quindi simbolicamente occupato le sedi PD locali in segno di protesta. Talmente veemente dev’essere stata la protesta che Marini è stato trombato, Prodi è stato ripescato (e segato a sua volta) e nella confusione generale di quei giorni ha trionfato lo status quo: stesso presidente, stessa maggioranza di governo. Un bel risultato davvero, del quale dobbiamo ringraziare nell’ordine: la (ex) dirigenza PD, i 101 traditori, e anche il buon Beppe Grillo che di politica dimostra di capirci quanto io di fisica nucleare.

Gli eventi quindi hanno cambiato il senso della protesta, ma non la sua necessità profonda. Occupy PD ha fallito nel suo tentativo di evitare l’accordo con Berlusconi, ma proprio in virtù di questo fallimento, ha ottenuto che il Congresso per il rinnovo dell’intera classe dirigente, la messa in discussione della linea politica fin qui tenuta e un dibattito costruttivo su una nuova struttura del partito, si celebri di qui a breve.

Ma la battaglia non è conclusa. Troppo facile immaginare (è accaduto anche alle ultime primarie, peraltro) che gli attuali dirigenti tenteranno di arginare la forza propulsiva che mai come adesso preme sul perimetro del partito per entrare e fare tabula rasa del passato, liberarsi della zavorra e lanciarsi quindi nel futuro con ali completamente nuove.

Per questo il movimento #occupyPD chiederà formalmente, a partire da domenica prossima nell’assemblea di Prato, insieme agli altri movimenti di protesta spontaneamente sorti in tutta Italia, di:
1) resettare completamente l’attuale dirigenza; il rischio di gettare il bambino con l’acqua sporca c’è, è chiaro; ma l’acqua è davvero troppo torbida per farsi scrupoli a questo punto. E solo con gli attuali dirigenti senza poteri di veto o di controllo, tentacolarmente esercitati, si può avere la garanzia di un Partito realmente nuovo;
2) Avere regole chiare che consentano un Congresso aperto non solo agli iscritti, ma anche agli elettori e al popolo delle primarie. Qualcuno storce il naso, rivendicando una maggiore centralità degli iscritti rispetto ai semplici elettori. Ha ragione, ma in questa fase, e a mio avviso anche nel futuro con le opportune forme organizzative, il partito ha bisogno di aprirsi al massimo, anche per scongiurare il pericolo di annacquamento correntizio del regolare processo di tesseramento, e quindi di abilitazione a partecipar. Come è avvenuto finora, specie in alcune Regioni d’Italia, nell’indifferenza o nella rassegnazione generale;
3) Avviare la discussione su una nuova forma-partito, che consenta ai suoi iscritti la partecipazione reale alla sua vita, alla formazione delle sue decisioni, alla nomina dei candidati, alla redazione dei programmi di governo locale e nazionale. Da troppo tempo il partito soffre della sindrome da squadra di calcio. Il Presidente nomina allenatore e giocatori. Gli elettori sono i tifosi. Possiamo guardare la partita, pagando il biglietto d’ingresso; possiamo discuterne al bar; possiamo pure incazzarci e mandare tutti a quel Paese. Ma la squadra è del Presidente. E, per quanto giochi male e ci faccia incazzare, difficilmente tiferemo un’altra squadra. Al limite il presidente comprerà il campione che ci fa tanto sognare. E’ invece ora di cambiare visione: ci sono persone fuori dallo stadio che vogliono entrare in campo, convinti di riuscire a far meglio di queste schiappe schierate in formazione titolare. Bisogna dar loro occasione di misurarsi con il campo e crescere.
4) Avere chiarimenti sugli obiettivi e la durata di questo Governo. Non è indifferente che duri un anno o cinque. Il Paese ha bisogno di una guida per uscire dal pantano e il tiraemolla tra posizioni opposte non può produrre altro che immobilismo e ulteriore incertezza, rabbia e povertà. Oppure politiche di destra, considerata la latitanza della sinistra, il che sarebbe anche peggio.

Con il Congresso, dunque, spontaneamente come è nato il movimento è destinato a sciogliersi se avrà ottenuto quel che si è prefisso in termini di regole e garanzie.

#OccupyPD non è quindi un nuovo soggetto politico, un manifesto o un comitato elettorale. So che in tanti saranno delusi. E tanti altri dubbiosi sulla sua reale capacità di incidere e ottenere risultati concreti.

Ma se avremo riportato anche un solo compagno a credere nella possibilità che impegnarsi nel nuovo Partito potrà migliorare la sua vita, e la vita della sua comunità, avremo già raggiunto un importante traguardo.

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