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La sinistra del bridge. Il mio contributo alla #Scuderia.

In Idee, Politica Italiana on December 6, 2014 at 2:17 pm

A sinistra, nell’anno di grazia 2015, c’è bisogno di rappresentanza. E’ un dato ormai incontestabile, e infatti i movimenti in questa direzione sono tanti.

Se in politica non ci sono spazi vuoti, la scarsa partecipazione alle ultime tornate elettorali, ha però quantomeno dimostrato che lo spazio vuoto non è stato colmato con sufficiente velocità e lucidità.

Domani a Bologna, finalmente, la fu Area Civati si rincontra per decidere cosa fare da grande. Forse un po’ in ritardo, dopo che i civatiani di tutta Italia hanno dovuto ingoiare tonnellate di rospi, in attesa che la loro leadership indicasse un cammino da seguire. E per la verità ne sono stati indicati diversi, di cammini #possibili, e ad oggi non è dato sapere cosa ne sarà del patrimonio di consenso accumulato un anno fa e, in parte – mi auguro non irrimediabilmente -, già disperso.

Domani forse ne sapremo di più, ma per capire quale sinistra ha in mente Civati oggi, bisogna andare necessariamente per esclusioni.

Ha già dichiarato che è troppo provinciale importare dall’estero modelli preconfezionati; non credo però che nel 1921 i provincialissimi comunisti di Livorno tentassero un isolato, inedito ed ardito esperimento, destinato al sicuro fallimento. E se il pensiero era rivolto a Tsipras, il problema a mio avviso in quel caso non risiede tanto nell’importazione, quanto nella coerenza della traduzione. Che è sembrata mancare del tutto, a priori e a posteriori.

Sembra pensare poi che di forza fuori dal Partito Democratico ce ne sia poca. Il che è indiscutibilmente vero, e soffiare sulla brace che cova sotto la cenere della disillusione, è esercizio troppo lungo, stancante, e dalle incerte probabilità di riuscita. Poi nel 2015 si vota – anche se a questo punto non so se sia più una previsione, o una speranza.

La sensazione quindi, procedendo per esclusione, è che la sinistra che Civati ha in mente, sarà più simile ad un circolo del bridge, all’interno del Country Club piddino, invece che all’anima movimentista e popolare che si prometteva all’inizio. Un già visto salottino mezzo radical chic, in cui disquisire dei problemi dell’Italia e degli italiani, snocciolando soluzioni e statistiche tra una mano e l’altra, alternandole a severe critiche e richiami al rigore morale. Il tutto con tenerezza, si intende, che se no non sta bene, e il direttore del Club ti sbatte fuori. E facendo finta di proporsi come alternativa di Governo, con la malcelata speranza di non doverci arrivare mai.

E’ quindi lecito chiedersi, a questo punto, se il pur sempre brillante Civati abbia effettivamente le capacità politiche per unire un così vasto e variegato universo; fatto di associazionismi, movimenti e comitatini, capetti e partitini.

E milioni di potenziali elettori delusi, confusi e incazzati.

Perché rilevo giust’appunto il fatto che, in un anno, Civati, inizialmente accreditato di aver riunito intorno al suo programma e al suo carisma una ventina di parlamentari, sia ultimamente rimasto piuttosto isolato; e rilevo anche (non da ora, ma se lo fai notare sei un gufo e/o un rosicone – aspetta, dov’è che l’ho già sentita questa?) che il filtro utilizzato nella selezione di una nuova classe dirigente, funziona piuttosto male: in un anno, oltre ai pezzi alla base, si sono anche già staccati alcuni pezzi al vertice: cominciò Taddei; lo seguì Lanzetta; ma anche il mitico Tocci-gol sembrerebbe essersi allontanato; e in ultimo Elena Gentile, eletta all’Europarlamento in quota Civati, è finita per appoggiare la candidatura del renzianissimo Michele Emiliano, provocando quasi uno scisma nell’Area, che solo la sapiente conduzione dei riferimenti territoriali ha saputo – per il momento – evitare.

Ma anche in questo caso i colonnelli civatiani sono rimasti a guardare senza (poter o voler?) far nulla. Fossi in loro io mi sarei invece chiesto, ad esempio, perchè al Sud alle Europee non si sia potuto tentare, per dire, un esperimento alla Elly Schlein; e farne tesoro per il futuro. Ma si vede che l’analisi delle sconfitte e degli errori, vale solo per le sconfitte e gli errori degli altri.

Insomma, sono curioso e favorevole a tutti i cantieri aperti a sinistra. Seguo tutto con interesse, e a qualcuno magari provo a lavorare anch’io, nel caso il progetto civatiano di riportare il Partito Democratico a sinistra, non riesca.

E sottoscrivo già, convintamente, il bel manifesto che sarà proposto domani, pur cosciente che di buone intenzioni è lastricato il pavimento del Regno dell’Insignificanza.

In ogni caso, davvero, in bocca al lupo a Civati.

La speranza è che ci incontri ancora, prima o poi, in questo o in un altro cantiere. Perché è evidente come ognuno di essi abbia in seno pregi e difetti; e dalla loro unione si potrà, forse, mettere a valore i punti di forza, e limarne le debolezze.

Ad esempio: il mio limite, mi dicono, è di essere più civatiano di Civati; e il rilevare, pedissequamente, quanto Civati appaia qualche volta più renziano di Renzi. Come quando registri, per esempio, che anche il solo dissenso è, da queste parti, piuttosto mal tollerato.

Ma per andare dove dobbiamo andare, da dove dobbiamo andare?

In Politica Italiana on September 18, 2014 at 8:28 am

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Ma non è, che tante volte, ci fossimo persi? Questo ho pensato guardando l’intervento di Paolo Cosseddu (braccio destro di Civati) ieri in Direzione del Partito Democratico.

Il buon Paolo ha sostanzialmente affermato che i civatiani non condividono la linea del partito, tuttavia sono disponibili a collaborare perché hanno un botto di idee buone ed originali, anche per recuperare il senso ed il valore della militanza, al minimo storico proprio quando il partito raggiunge il massimo valore in termini di consenso.

Ho apprezzato come sempre il contenuto dell’intervento, tuttavia, dopo la cavalleria rusticana dell’elezione di Renzi a segretario prima e a premier dopo, in cui sembrava che l’unica opposizione intelligente e costruttiva al PD fosse proprio dentro il PD, questa nuova fase del civatismo faccio fatica a capirla.

Ammetto di aver da un po’ staccato i ponti, credo quindi che il mio pensiero sia maggiormente rappresentativo di una parte dell’elettorato civatiano o ex civatiano. In ogni caso è il mio, e così fedelmente lo riporto.

L’area Civati si è spesso interrogata in passato su che tipo di rapporto dovesse avere con il PD di Renzi. Decisione non facile: il segretario è stato eletto in forza di un risultato eccezionale alle primarie del partito, e ha confermato la sua forza alle elezioni europee; difficile quindi contestare, senza minare i fondamenti stessi della democrazia, il diritto/dovere di seguire una certa linea, ambiguamente delineata nel corso delle varie campagne elettorali. E’ fuor di dubbio che il consenso a Renzi è legato alla fiducia alla persona (sulla deriva leaderistica e personalistica del Paese si potrebbe aprire un blog a parte) piuttosto che non a un programma o a idee concrete particolari.

Il momento più alto del dibattito interno all’Area si è avuto alle Scuderie di Bologna, quando in virtù di una (facile) lettura su che piega il Pd renziano avrebbe presto preso, e sul modo in cui aveva abbracciato il potere calpestando clamorosamente le sue stesse parole, ci si chiedeva se fosse il caso di votargli la fiducia.

La maggioranza della base, se pur profondamente spaccata, disse che sì, la fiducia al proprio segretario non la si poteva proprio negare, solo sulla base di congetture pur plausibili e con un certo fondamento. La mia posizione era invece piuttosto possibilista, ma ferma sull’obiettivo di lottare contro la deriva centrodestrista che il partito stava prendendo. Da dentro, o da fuori, mi interessava poco, e questa decisione tattica e strategica l’avrei delegata allo stesso Civati, con la fiducia che si deve ad un fratello maggiore con più acume ed esperienza.

Dalle Scuderie, non si sono tenuti altri momenti di partecipazione, o di revisione critica della decisione di allora. Eppure nel frattempo, il Premier ha messo a cuocere parecchia carne: l’inguardabile riforma del Senato, l’abbozzata ma già contestabile elegge elettorale, una mancia fiscale nulla negli effetti ma pesante sui conti pubblici, un Paese in continua e decisa recessione, una serie di promesse mancate e di appuntamenti in agenda saltati che hanno portato lo stesso Renzi a cambiare marcia e diluire la cura (palliativa) in tre anni invece che nei tre mesi improbabilmente prospettati all’inizio. E poi un fiume di parole, parole, parole. E slides.

La mia domanda è: possibile che sulla base di un pregiudizio, per quanto anche condivisibile, ci si sia interrogati se votare la fiducia a Renzi oppure addirittura uscire dal PD, e invece sulla base di una serie di atti di governo contestabili e detestabili, tutto fili liscio e ci si debba dichiarare pronti a collaborare se solo la maggioranza renziana si dimostrasse disponibile all’ascolto delle nostre ottime idee?

Mi sembra che l’Area Civatiana abbia sotterrato l’ascia di guerra, magari pronta a ritirarla fuori alla prossima occasione. Pare si sia inteso che il baraccone Renzi presto franerà sotto il peso delle sue stesse promesse, e che conviene aspettare e non sprecare energie, pronti magari ad un po’ di guerriglia quando ne venisse fuori l’occasione o la necessità.

E’ però lo stesso errore di valutazione che fu fatto dalla sinistra italiana nei confronti di Berlusconi. E quando il mostro era ormai troppo cresciuto per combatterlo efficacemente, ci si è infine rassegnati ed abbassati a considerarlo un avversario leale prima, e un alleato indispensabile adesso. E quindi ammetto che ho un po’ paura.

Io non mi rassegno. Il prezzo della smania renziana non può essere pagato dal Paese, perchè l’unica vera opposizione intelligente e costruttiva a Renzi si è appisolata e si sta cullando all’idea di farsi trasportare dal traghettatore verso non si sa dove.

In Basilicata, per dire il clima, monta la protesta contro l’ennesimo affronto: il decreto sblocca-Italia lancia un ultimatum per aprire nuovi pozzi di petrolio nei territori interessati; se non risponderanno in tempo, la materia sarà avocata al Governo. Come dire: o vi sparate da soli, o vi spariamo noi. Che peraltro oltre ad essere politicamente discutibile, suona anche un tantino incostituzionale, almeno fino a quando la Costituzione reggerà nella forma attuale.

E quindi mi chiedo: per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?

Ma soprattutto: sappiamo ancora dove andare?

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