Democrazia e Sviluppo - Il Blog

Posts Tagged ‘proporzionale’

Un passo indietro, per andare avanti

In Politica Italiana, Riforma costituzionale on December 5, 2016 at 9:41 am

Una strana mattina post-voto quella in cui si sveglia l’Italia del 5 dicembre.

Ieri c’è stata un’elezione storica, una consultazione popolare partecipatissima e sentitissima, eppure non sembrano oggi esserci vincitori soddisfatti.

Ha prevalso l’interpretazione politicista del referendum, che Renzi per primo ha voluto (salvo rinnegarla tardamente in corsa), offrendo su un piatto d’argento ai suoi avversari – esterni ed interni – l’occasione di una spallata che lo avrebbe disarcionato.

Renzi ha perso, questo è certo, ma chi ha vinto?

Non ha vinto certo la sinistra, ininfluente peso aggiuntivo di una già sufficiente zavorra antirenzista. E la consolazione dalemania di aver così evitato di lasciare l’intestazione della vittoria del no alle destre, appare davvero magra. Anche perchè è stata più pesantemente pagata con l’evidenza della forza autonoma di Renzi, che gode di un diffuso, concentrato e personale consenso popolare, quantomeno non ostile, come non se ne vedeva da tempo, e che dovrà solo decidere come capitalizzare, se ne sarà capace (almeno il mito dell’infallibilità di Renzi, sul quale si é basata non solo l’azione dell’ex premier, ma anche la decisione di tanti di abbandonare il loro partito, dovrebbe essere tramontato, no?)

Hanno vinto la destra di Salvini e Berlusconi, e il populismo dei 5 stelle. eppure nessuno di loro esulta granchè. Le facce già ieri erano tese, le parole scandite dal ritmo della nuovan ennesima campagna elettorale che da oggi si apre: chiedono elezioni immediate, sapendo o sperando che non verranno concesse, che andare al voto senza un minimo di organizzazione potrebbe far più male che bene – anche se il Movimento dovrebbe riuscire a sfruttare il clamoroso vento in poppa con cui naviga.

Il quadro politico è quindi, come previsto e previdibile, molto confuso. Paradossalmente l’unica certezza è la forza di Renzi. Che pure ha commesso una serie infinita di errori, politici e di comunicazione, che oggi paga personalmente.

Come in passato abbiamo detto da queste righe e da questi pixel, Renzi é di fatto l’unico leader del PD a poter sopravvivere tranquillamente anche fuori dal PD. Anzi sarebbe forse anche più forte. Sarà questa la strada che deciderà di intraprendere? Far saltare il banco accusando il Partito Democratico di averlo sostanzialmente abbandonato al suo destino, di non averlo sorretto lealmente, al di là delle numerose e superficiali manifestazioni pubbliche di sostegno al suo progetto? Tirar giù una “lista Renzi” e portando a termine la rottamazione annunciata ma lasciata a metà?

Non lo so, e francamente mi interessa anche poco.

Mi interessa invece di più capire cosa ne sarà, adesso, del nostro Paese e del capitolo Riforme. Il referendum, dato il combinato disposto dell’alta partecipazione al voto e del netto NO alla Riforma, segna un passaggio fondamentale, che vale forse la pena di approfondire.

Un minuto dopo la proclamazione del risultato, protagonisti e commentatori già si chiedevano preoccupati come si potrà adesso garantire un governo stabile e forte a questo Paese, dato che se alla Camera si potrà trovare il modo di assicurare una maggioranza politica, rimane il peso morto di un Senato inutile e problematico da gestire. Certo in tanti che fanno legittimamente della politica il proprio mestiere, avranno tirato un sospiro di sollievo sapendo che 315 ambitissimi posti da senatore non erano stati cancellati con un tratto di penna. E con il consenso diretto degli italiani. Cosa chiedere di meglio?

Ma i problemi di ieri rimangono tutti. Anche se oggi, in questa strana mattina del 5 decembre, a volerla vedere, la soluzione sarebbe anche chiara. 

Questo voto dovrebbe infatti sancire definitivamente l’abbandono delle velleità maggioritarie che dal ’94 in poi hanno ingolosito le classi dirigenti del Paese, pervadendo anche le aspettative e il dizionario politico del popolo. 

Il risultato referendario andrebbe rispettato fino in fondo: gli italiani hanno detto SI alla Costituzione del 1948. Una Costituzione che fonda i suoi meccanismi istituzionali sui taciti pilastri della distribuzione proporzionale dei seggi da un lato, e della rappresentatività indiretta dall’altro. 
Si applichi allora fino in fondo la Costituzione vigente, senza cercare inconciliabili scorciatoie che non portano da nessuna parte. Si abbandonino le velleità di imposizioni maggioritaristiche in nome della governabilità come valore a sè stante, si lascino da parte le tentazioni di adottare strumenti “invasivi” di democrazia diretta che questa Costituzione vede come accessorio e non come norma (ma che già ieri erano sulle bocche dei grillini che hanno di fatto subito cominciato ad attaccare la Costituzione che avevano appena e con successo difeso), ci si abbandoni alla verità dello scontro tra diversità che uninendosi fanno nuova e maggiore ricchezza, si rinunci alla falsa verità dell’elezione diretta dell’uomo solo che decide, restituendo alle classi dirigenti selezionate dal popolo le responsabilità che la Costituzione affida loro, e si riscopra la bellezza e la virtù progressista del rito antico e difficile del compromesso.

Alla luce del risultato referendario di ieri, difendendo l’impianto classico della propria Costituzione, il Paese non chiede forse di uscire dall’eterna contrapposizione, dal lento stillicidio di una rissosità sfrenata, dalla denigrazione costante degli avversari? Ha senso, con questa Costituzione, continuare a definirisi solo o prevalentemente marcando le differenze e i limiti dei propri avversari, quando invece essa richiede nemmeno troppo implicitamente che si ricerchino con costanza le basi comuni, si faccia valore di quel che unisce, si riconosca la dignità e la validità delle idee altrui? Difendendo il bicameralismo paritario, gli italiani non chiedono forse di abbandonare la strumentale contrapposizione tra comunismo e anticomunismo, tra berlusconiani e antiberlusconiani, tra prima e seconda repubblica, tra rottamati e rottamatori, sulla quale siamo improduttivamente impantanati da vent’anni? 

Dubito fortemente che il NO sia effettivamente la dichiarazione della volontà degli italiani di fare un passo indietro, per andare avanti. 

E’ stato un referendum contro Renzi. 

Eppure, alla luce di tutto, proprio questa potrebbe, dovrebbe, essere la soluzione per uscire dal guado.

La finta Rivoluzione della legge elettorale.

In Economia e Sviluppo, Politica Italiana on January 27, 2014 at 5:25 pm

Senza nome

In due anni, dal 1991 al 1993, gli italiani spazzarono via la prima Repubblica, con la stagione referendaria che bocciò prima le preferenze, poi il finanziamento pubblico ai partiti. Nel mezzo, Tangentopoli fu solo la spia che segnalava che la diga stava cedendo e il sistema stava crollando.

In questi giorni in molti ritirano fuori quei referendum. Io nel 1991 avevo 13 anni. Ma ricordo quella stagione fibrillante e ribelle: i “grandi” si dicevano stufi dei partiti, della gestione clientelare del potere, del sistema di raccomandazioni, della spesa pubblica a pioggia (ricorda qualcosa?).

Era un sistema basato sulle preferenze , sul finanziamento pubblico, sul sistema elettorale proporzionale? Il popolo le bocciò, nella speranza che il sistema cambiasse, nell’impossibilità o nella inopportunità di cambiare direttamente il proprio orientamento di voto, molto meno fluido dell’attuale, alle elezioni.

Questi i miei ricordi, questa la mia sensazione.

Oggi qualcuno chiede di nuovo di introdurre le preferenze, forme legittime e regolamentate di finanziamento ai partiti (in realtà mai scomparso, si è voluto solo cambiare nome ai soldi), una legge meno maggioritaria che garantisca la governabilità senza però mortificare la rappresentanza. Gli si risponde ripescando i risultati di quella stagione referendaria: gli italiani si sono già espressi, e poi non è che con le preferenze il sistema fosse migliore…

Ora, a parte che 23 anni dopo quasi due generazioni si sono alternate e la platea non può più essere la stessa; ma se la lettura che ho nei miei ricordi è esatta, quel tecnicismo referendario fu politicissimo: una spallata al sistema politico, che sarebbe poi definitivamente franato sotto la scure della magistratura e del mancato sostegno di pezzi di potere economico italiano, sceso direttamente o indirettamente in campo, alla riceca di nuovi equilibri.

23 anni dopo, abbiamo cambiato legge elettorale, abbiamo sostituito il nomen della classe politica che ci ha rappresentato, ma il quadro non è cambiato: stiamo ancora qui a lottare contro quello stesso sistema, diventato se possibile anche più pervasivo e capillare; stiamo ancora qui a denunciare iniquità e malgoverno; stiamo ancora qui a scrivere di CAMBIAMENTO necessario per non naufragare.

Perdonatemi la chiosa, ma il Cambiamento necessario non passa, non può passare per una legge elettorale. Il maggioritario, le soglie di sbarramento, i listini bloccati, non hanno migliorato la qualità dell’azione politica e della classe dirigente. Anzi…

La Rivoluzione che chiediamo, e che con modestia cerchiamo di propagare e propagandare, è una Rivoluzione Culturale: capire che se il tuo vicino di casa sta bene, stai bene anche tu; che se abbattiamo le clientele, è vero che dovrai fare la fila come tutti per fissare una visita da quel bravo specialista della Asl, ma la fila sarà di pochi giorni, non di mesi, o anni; che se ci liberiamo di quel dirigente incompetente messo lì perché amico degli amici,  tuo figlio dovrà sì fare un concorso come tutti per avere un posto in quell’ufficio, ma i posti a disposizione saranno di più perché le risorse saranno spese meglio e non finiranno decurtate dai mille rivoli della rete clientelare; senza contare la qualità dei servizi e della nostra vita.

Invece, per paura o per pigrizia, non ci azzardiamo nemmeno ad immaginare una diversa modalità di regolamento della vita sociale ed economica, nonostante gli esempi virtuosi da imitare e da mettere a sistema siano vicini a noi, in Europa, e tanto spesso anche dentro l’Italia.

E quindi: scegliamo la legge elettorale migliore possibile, ma senza aspettarci che risolva i mali che sono dentro noi stessi.

Dopotutto: è solo una misera legge elettorale.

Close