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Democrazia e Sviluppo - Il Blog

Posts Tagged ‘Matteo Renzi’

Universi paralleli

In Politica Italiana, Ritratti on December 12, 2016 at 9:00 am

Abbiamo modificato la De Volvean per viaggiare non più avanti e indietro nel tempo, ma nel contemporaneo, visitando alcuni universi paralleli…

Abbiamo verificato infatti che la cosiddetta “Teoria delle Stringhe” è corretta: esistono realmente “n” realtà parallele, nelle quali però le cose vanno diversamente che in questa, in un continuum infinito tra i due estremi del “poco differente” fino al “totalmente diverso”. In altre parole abbiamo visto con i nostri occhi cosa è successo in questi universi in cui le cose non sono andate precisamente come nel nostro.

Nel primo universo Renzi non era mai nato e l’Italia era governata da un mostro verdognolo a otto zampe con la coda triforcuta, chiamato Zi’Vostr. Scherzi delle stringhee dei paradossi spazio-temporali, d’altronde le possibilità sono appunto infinite. Siamo scappati a gambe levate.

Nei successivi due universi il premier Matteo Renzi aveva varato una Riforma Costituzionale intitolata solo “Riforma del bicameralismo paritario e altre cosette”. Non avendo nemmeno lì raggiunto il quorum dei due/terzi, ha presentato il quesito referendario agli italiani con un unico discorso ripreso da tutte le tv e giornali, dicendo: “questa Riforma era attesa da trent’anni. Io ho avuto il solo merito di portarla fino in fondo, evitando pastoie burocratiche e trappole di palazzo. Sono in fondo solo un umile servitore del mio popolo e se ho una qualità, è saper portare a termine i compiti che mi vengono assegnati. Cosa rara nella politica italiana che si perde spesso nel nulla. In ogni caso adesso tocca a voi pronunciarvi, decidere se tenerla, o lasciare il mondo com’è. In un caso o nell’altro, avremo risolto un problema, affrontandolo, e potremo evitare di parlare di Riforme come fossero la panacea dei nostri mali per un buon numero di anni, dedicando tutte le nostre energie ed attenzioni ai veri problemi del Paese, con le regole che voi deciderete di assumere: se la riforma passerà saremo più rapidi e spediti, se non passerà non cambierà nulla rispetto ad oggi. In ogni caso il Parlamento si è pronunciato, il Governo lo ha accompagnato lungo tutto l’iter previsto dalla Costituzione, per evitare che si smarrisse come successo tante volte in passato, e ora ginalmente tocca a voi. Buon voto“. Dopo di che si è eclissato dal dibattito elettorale, nominando Roberto Speranza responsabile dei comitati per il Sì. La minoranza interna, infatti, non riscontrando possibilità di vantaggi tattici, si è presentata unita al resto del Partito Democratico per il sì, pur declinato in leggere sfumature di perplessità. 

Nel primo di questi due universi la Riforma è passata col 56% dei consensi; nel secondo universo non ce l’ha fatta per un pelo. In entrambi i casi il governo è rimasto in piedi, Renzi ha ringraziato per la grande prova di democrazia e si è andati avanti fino a scadenza naturale della legislatura, quando Matteo Renzi ha nettamente vinto le elezioni, guidando il primo esecutivo monocolore PD nella storia del Paese. 

Ci riportano che da quel momento in poi abbia però combinato un gran casino, ma non siamo rimasti abbastanza per verificare.

Anche perchè era tempo di proiettarci nell’ultimo universo, in cui le cose sono andate invece molto diversamente che qui. Pippo Civati è infatti rimasto nel PD. Di fronte al profondo disagio causato dalla evidente distonia tra il suo ruolo di parlamentare e quello di dirigente nazionale di un partito che stava prendendo una strada inconciliabile con la propria storia e i propri valori, ha risolto la cosa scegliendo semplicemente di dimettersi da parlamentare. In questo modo, ha spiegato ad un pubblico molto ammirato per il generoso gesto di estrema coerenza, poteva avere le mani libere e il diritto di contestare le scelte e il modo d’agire del governo, pur riconoscendo al premier Renzi la facoltà di compiere le scelte secondo la sua interpretazione del mandato ricevuto con le primarie: al prossimo Congresso, sarebbe stato giudicato. 

Civati, in quell’universo, ha così continuato per mesi a martellare nel merito e nel metodo il governo, lasciando intravedere un cambiamento che raccoglieva giorno dopo giorno sempre più consensi, e risultando uno dei leader più ricercati e intervistati da giornali e televisioni. La sua area interna, rimasta peraltro libera dalla quasi totalità degli apparati tradizionali del partito, era non di meno in grande spolvero: si contava che alla vigilia del referendum avesse già quasi un terzo dei consensi all’interno del Partito Democratico, raddoppiando quanto raccolto nel 2013. Renzi, da parte sua, visibilmente nervoso, personalizzò ancora di più la campagna referendaria, che si rivelò un totale disastro. Dovette pertanto dimettersi da Presidente del Consiglio, e al successivo Congresso Pippo Civati gli successe scavalcandolo di poco, e diventando automaticamente il candidato del centrosinistra alla Presidenza del Consiglio nelle elezioni che si sarebbero tenute di lì a poco. 

Purtroppo litigò con tutti i suoi alleati, e perse malamente. 

Siamo quindi dovuti tornare nella nostra realtà, ma anche senza averlo potuto verificare di persona, sono certo che fra tutti gli infiniti universi paralleli, ce n’è almeno uno nel quale le cose vanno come devono andare, in cui ognuno fa quel che dice di voler fare, e tutti si rivelano all’altezza di rappresentare la classe dirigente di un grande Paese come l’Italia.

Un passo indietro, per andare avanti

In Politica Italiana, Riforma costituzionale on December 5, 2016 at 9:41 am

Una strana mattina post-voto quella in cui si sveglia l’Italia del 5 dicembre.

Ieri c’è stata un’elezione storica, una consultazione popolare partecipatissima e sentitissima, eppure non sembrano oggi esserci vincitori soddisfatti.

Ha prevalso l’interpretazione politicista del referendum, che Renzi per primo ha voluto (salvo rinnegarla tardamente in corsa), offrendo su un piatto d’argento ai suoi avversari – esterni ed interni – l’occasione di una spallata che lo avrebbe disarcionato.

Renzi ha perso, questo è certo, ma chi ha vinto?

Non ha vinto certo la sinistra, ininfluente peso aggiuntivo di una già sufficiente zavorra antirenzista. E la consolazione dalemania di aver così evitato di lasciare l’intestazione della vittoria del no alle destre, appare davvero magra. Anche perchè è stata più pesantemente pagata con l’evidenza della forza autonoma di Renzi, che gode di un diffuso, concentrato e personale consenso popolare, quantomeno non ostile, come non se ne vedeva da tempo, e che dovrà solo decidere come capitalizzare, se ne sarà capace (almeno il mito dell’infallibilità di Renzi, sul quale si é basata non solo l’azione dell’ex premier, ma anche la decisione di tanti di abbandonare il loro partito, dovrebbe essere tramontato, no?)

Hanno vinto la destra di Salvini e Berlusconi, e il populismo dei 5 stelle. eppure nessuno di loro esulta granchè. Le facce già ieri erano tese, le parole scandite dal ritmo della nuovan ennesima campagna elettorale che da oggi si apre: chiedono elezioni immediate, sapendo o sperando che non verranno concesse, che andare al voto senza un minimo di organizzazione potrebbe far più male che bene – anche se il Movimento dovrebbe riuscire a sfruttare il clamoroso vento in poppa con cui naviga.

Il quadro politico è quindi, come previsto e previdibile, molto confuso. Paradossalmente l’unica certezza è la forza di Renzi. Che pure ha commesso una serie infinita di errori, politici e di comunicazione, che oggi paga personalmente.

Come in passato abbiamo detto da queste righe e da questi pixel, Renzi é di fatto l’unico leader del PD a poter sopravvivere tranquillamente anche fuori dal PD. Anzi sarebbe forse anche più forte. Sarà questa la strada che deciderà di intraprendere? Far saltare il banco accusando il Partito Democratico di averlo sostanzialmente abbandonato al suo destino, di non averlo sorretto lealmente, al di là delle numerose e superficiali manifestazioni pubbliche di sostegno al suo progetto? Tirar giù una “lista Renzi” e portando a termine la rottamazione annunciata ma lasciata a metà?

Non lo so, e francamente mi interessa anche poco.

Mi interessa invece di più capire cosa ne sarà, adesso, del nostro Paese e del capitolo Riforme. Il referendum, dato il combinato disposto dell’alta partecipazione al voto e del netto NO alla Riforma, segna un passaggio fondamentale, che vale forse la pena di approfondire.

Un minuto dopo la proclamazione del risultato, protagonisti e commentatori già si chiedevano preoccupati come si potrà adesso garantire un governo stabile e forte a questo Paese, dato che se alla Camera si potrà trovare il modo di assicurare una maggioranza politica, rimane il peso morto di un Senato inutile e problematico da gestire. Certo in tanti che fanno legittimamente della politica il proprio mestiere, avranno tirato un sospiro di sollievo sapendo che 315 ambitissimi posti da senatore non erano stati cancellati con un tratto di penna. E con il consenso diretto degli italiani. Cosa chiedere di meglio?

Ma i problemi di ieri rimangono tutti. Anche se oggi, in questa strana mattina del 5 decembre, a volerla vedere, la soluzione sarebbe anche chiara. 

Questo voto dovrebbe infatti sancire definitivamente l’abbandono delle velleità maggioritarie che dal ’94 in poi hanno ingolosito le classi dirigenti del Paese, pervadendo anche le aspettative e il dizionario politico del popolo. 

Il risultato referendario andrebbe rispettato fino in fondo: gli italiani hanno detto SI alla Costituzione del 1948. Una Costituzione che fonda i suoi meccanismi istituzionali sui taciti pilastri della distribuzione proporzionale dei seggi da un lato, e della rappresentatività indiretta dall’altro. 
Si applichi allora fino in fondo la Costituzione vigente, senza cercare inconciliabili scorciatoie che non portano da nessuna parte. Si abbandonino le velleità di imposizioni maggioritaristiche in nome della governabilità come valore a sè stante, si lascino da parte le tentazioni di adottare strumenti “invasivi” di democrazia diretta che questa Costituzione vede come accessorio e non come norma (ma che già ieri erano sulle bocche dei grillini che hanno di fatto subito cominciato ad attaccare la Costituzione che avevano appena e con successo difeso), ci si abbandoni alla verità dello scontro tra diversità che uninendosi fanno nuova e maggiore ricchezza, si rinunci alla falsa verità dell’elezione diretta dell’uomo solo che decide, restituendo alle classi dirigenti selezionate dal popolo le responsabilità che la Costituzione affida loro, e si riscopra la bellezza e la virtù progressista del rito antico e difficile del compromesso.

Alla luce del risultato referendario di ieri, difendendo l’impianto classico della propria Costituzione, il Paese non chiede forse di uscire dall’eterna contrapposizione, dal lento stillicidio di una rissosità sfrenata, dalla denigrazione costante degli avversari? Ha senso, con questa Costituzione, continuare a definirisi solo o prevalentemente marcando le differenze e i limiti dei propri avversari, quando invece essa richiede nemmeno troppo implicitamente che si ricerchino con costanza le basi comuni, si faccia valore di quel che unisce, si riconosca la dignità e la validità delle idee altrui? Difendendo il bicameralismo paritario, gli italiani non chiedono forse di abbandonare la strumentale contrapposizione tra comunismo e anticomunismo, tra berlusconiani e antiberlusconiani, tra prima e seconda repubblica, tra rottamati e rottamatori, sulla quale siamo improduttivamente impantanati da vent’anni? 

Dubito fortemente che il NO sia effettivamente la dichiarazione della volontà degli italiani di fare un passo indietro, per andare avanti. 

E’ stato un referendum contro Renzi. 

Eppure, alla luce di tutto, proprio questa potrebbe, dovrebbe, essere la soluzione per uscire dal guado.

Il punto politico dopo il referendum: Emiliano rimasto l’unico anti-Renzi?

In Politica Italiana on April 19, 2016 at 8:20 am

La partita referendaria si è chiusa. Ma il risultato è ancora in discussione: i referendari (in testa Michele Emiliano e il “nostro” Piero Lacorazza) ammettono di aver subito un gol, ma ricordano di averne segnati 5 nel primo tempo (pari al numero di quesiti cancellati dalla Corte Costituzionale in quanto accolti dal Governo con modifiche allo Sblocca Italia, senza bisogno del voto); il Governo inneggia invece al golden gol, e partita chiusa.

Lo so, le metafore calcistiche sono trite ed obsolete. In ogni caso senza l’iniziativa referendaria delle Regioni, non ci sarebbe stata alcuna modifica alla legge, e quindi va bene così. Forse, col senno di poi, ci si poteva accontentare delle 5 modifiche ed evitare il bagno di sangue folla. Tanto il braccio di ferro Regioni-Governo (o opposizioni-maggioranza, o ancora PD renziano-PD antirenziano a seconda di come la su vuol vedere) sarebbe stato ancora lungo, e forse si poteva evitare di logorarsi con una (probabile, già alla vigilia) sconfitta.

Ma un risultato questa partita l’ha comunque messo in chiaro. Il governatore della Puglia Michele Emiliano si è proposto alla ribalta come il più credibile anti-Renzi. Non che rimanga molto altro, in verità:

1) Il buon Pippo Civati sta consumando il suo inspiegabile suicidio politico, dopo aver gloriosamente gettato in malora un prezioso patrimono di consenso e visibilità. La sua neo formazione “Possibile”, che si è portata dietro intatti tutti i problemi già a suo tempo (anche da noi, inutilmente) rilevati, era stata messa subito a dura prova subito dopo il fallimento della solitaria e velleitaria raccolta firme per un referendum chiaramente antigovernativo alla fine della scorsa estate; e pare ora definitivamente scoppiata, alla luce del mancato raggiungimento del quorum. Certo, ci sarà sempre un’altra partita da giocare, un’altra battaglia da combattere, ma intanto di insuccesso in sconfitta ci si logora ancora prima di cominciare a fare le cose sul serio. Ed è un peccato, davvero. Poteva uscirne fuori qualcosa di buono, se solo si fosse tagliato qualche ramo secco e messe in pratica anche solo la metà delle buone cose predicate. Ma che evidentemente valgono solo per gli altri, tipo inorridire di fronte ad un ciaone del dirigente renziano e soprassedere all’ennessima folle esternazione del proprio inamovibile braccio destro. Che sarebbe stato certo fonte di grande imbarazzo se per ventura Pippo fosse diventato ad esempio segretario del Grande Partito. Incredibile, e a questo punto colpevole, non rendersene conto. Come se non bastasse a Roma, nonostante le promesse e le aspettative della vigilia, non sono riusciti a trovare un candidato migliore di Fassina. Per dire. E già qualche militante lamenta pubblicamente che alla luce di questi capolavori tattici e strategici la linea politica non possa essere mai messa in discussione. E che forse si stava meglio quando si stava peggio, cioè nel PD renziano, quando almeno si provava il brivido di far parte di qualcosa che conta.
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