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Democrazia e Sviluppo - Il Blog

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La Sinistra può attendere.

In Politica Italiana on July 11, 2014 at 11:15 am

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Nel post di qualche giorno fa stilavo una lista di punti che l’area Civati a mio avviso doveva affrontare e sciogliere al più presto. Era una sorta di “to do list”, di cose da fare, senza pretesa di essere né esaustiva né conclusiva. Alcune risposte a quelle osservazioni, ne sono sicuro, usciranno dal Politicamp di Livorno, e sarebbero uscite comunque.

Considero l’Area la migliore possibilità, forse anche l’ultima, per la sinistra italiana. Cannarla significa arrecare un danno alla storia politica di questo Paese di proporzioni enormi, dopo che altri tentativi, anche recenti, sono miseramente naufragati nel mare tempestoso e ormonale post seconda Repubblica.

La responsabilità sulle sue spalle è quindi enorme, e occorre fare una grande attenzione. Non si risponde al renzismo con un renzismo di segno diverso. Secondo me, eh.

Finora infatti è stata chiarita solo una cosa: che il “Progetto” lo dovessimo provare a realizzare all’interno del PD, usandolo magari anche solo come incubatore iniziale. Lo abbiamo deciso a Bologna, e mi pare ancor oggi la scelta migliore.

Ma il mio timore, che consegno a queste pagine virtuali sperando venga presto fugato, è che il bel Progetto di cui ci si è fatti portatori, e che ha conosciuto il suo punto di massima espansione e portata al momento delle Congresso nazionale, abbia conosciuto una brusca sterzata quel giorno stesso.

Nel senso che il quasi 70% inaspettatamente incassato da Renzi alle scorse primarie, può aver spinto qualcuno alla riflessione che a quella percentuale occorra in qualche modo rispondere. Che la competizione si giochi, oltre che sul piano qualitativo, come era brillantemente accaduto fino ad allora, anche su quello puramente quantitativo della misura della propria forza e rappresentanza.

Sarebbe una strategia profondamente sbagliata. Il Progetto che avevamo in mente, forse per molti anche prima e indipendentemente da Civati che ha avuto il grande merito di riunirci e ritrovarci in gran numero, richiede tempi lunghi per la sua realizzazione: coltivare e selezionare una nuova classe dirigente; costruire il consenso su basi diverse da quelle solite clientelari; accettare che la politica debba essere una passione, ma non un impiego, a tempo indeterminato; assicurare a chiunque lo chieda partecipazione e condivisione, richiede tempo e dedizione. Soprattutto tempo. Di questo ne eravamo, ne siamo, credo, tutti consapevoli. Perchè la sfida era ed è culturale, prima che politica.

E se invece il successo repentino di Renzi avesse cambiato le cose, la visione, l’orizzonte? E se poi il 40,8% ci avesse messo tutti ancor più in allarme, e cominciassimo adesso a preoccuparci di dover raccogliere in fretta e furia un consenso che gli si avvicini, quantomeno, prima che sia troppo tardi (ma tardi per cosa?)?

Sarebbe una strategia profondamente sbagliata, mi pare di averlo già scritto, ma lo ripeto. Non esistono magie per accelerare quel che richiede tempi lunghi e dedizione. Come il vino deve maturare nelle botti per affinarsi e arricchirsi di profumi, e il tempo non è una variabile che nemmeno la più avanzata tecnica possa far diminuire a piacimento senza rischiare di annacquarlo, così il processo che può portare alla costruzione di un ampio movimento di opinione, partecipato, inclusivo, di sinistra, ha bisogno di un tempo maggiore per affermarsi.

Per qualcuno può suonare come una delusione, questa precisazione, siamo nell’era in cui tutto deve arrivare subito, e subito è già tardi. Ma per me no. E’ chiaro infatti che più siamo ad impegnarci, e più ci impegniamo, più quel delta tempo può ridursi, anche notevolmente. Occorre però integrità nel prodotto/messaggio: ovvero coerenza a tutti i livelli di azione, perché sempre più persone possano convincersi, e rimboccarsi le maniche per dare una mano.

E quindi, attenzione. A cercare di fare in fretta e furia, per dimostrare chissà cosa, si rischia di buttare alle ortiche tutto il buono che si è fatto finora. So come funziona; perlomeno, posso immaginarlo. Cominci a pensare che con la comunicazione si possa costruire un messaggio “diverso” e penetrante. Cominci a vedere che tutto sommato il messaggio arriva lo stesso anche se non risulta totalmente coerente ed integro. Cominci a farti ingolosire dai database, dai pacchetti di voti un tanto al chilo, dalle reti di interessi ramificate. Cominci ad ammiccare, poi a firmare qualche cambiale. Ma devi mantenere le promesse contenute in quelle cambiali, se vuoi permetterti di poterne firmare altre. E ne firmerai, perché il giochino funziona, e funziona rapidamente, ma ne servono sempre di più. Si comincia a non guardare nemmeno più in faccia la controparte, a cercare di capire con chi si ha a che fare, basta che si porti a casa il risultato, ed il risultato deve essere sempre positivo: ci si deve affermare e bisogna farlo in fretta, prima che sia troppo tardi (ma tardi per cosa, porca miseria?).

Nel frattempo il Progetto è andato a farsi benedire, e con lui la nostra anima politica.

Ma una sinistra senza l’anima è come un vino senza profumo. Acqua. Acqua sporca.

Io non la bevo.

Perchè al momento #nonèpossibile. Il mio contributo al Politicamp di Livorno.

In Uncategorized on July 6, 2014 at 11:04 am

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Dopo un anno di militanza particolarmente attiva nell’area Civati, credo ci sia il bisogno di fare il punto della situazione, capire dove siamo, studiare punti di forza e debolezza e darsi qualche obiettivo e una strada per raggiungerlo.

Civati ha scosso e risvegliato, in me come in tanti, la voglia di mettersi in gioco e di lottare per realizzare direttamente il proprio futuro, senza attendere che qualche venditore di parole lo faccia per noi. Dal punto di vista mediatico ci è arrivato forse prima Grillo, ma Pippo è partito prima, ed è certo rimasto più coerente. Comunque, poco importa.

La prossima settimana a Livorno l’area si interrogherà se #èpossibile.

In realtà più che un interrogativo sembra un’affermazione, un incoraggiamento, la promessa di un obiettivo a portata di mano. Mi dispiace quindi andare controvento, e affermare che alla luce della mia esperienza, certo parziale e circoscritta, “non è possibile” così facilmente come viene raccontato.

Ecco i problemi che Civati dovrebbe meglio mettere a fuoco, perché davvero sia possibile:

1) Chiarire l’obiettivo. Dopo le primarie di dicembre non ho ben capito quale fosse l’obiettivo di quest’area. Per Renzi è stato diverso: si è sempre posto come un superman che arrivato al potere, avrebbe risolto tutti i problemi. Nessun renziano, della prima o dell’ultima ora, l’ha mai messo in dubbio. Ma qual è l’obiettivo di Civati? Non credo rimanere a galla: avrebbe accettato le numerose mediazioni proposte, e facilmente ottenuto un posto al sole. Credo mi risponderebbe che l’obiettivo è costruire la sinistra. Beh, nobile, e non facile. Ma rischia di rimanere un obiettivo piuttosto sfocato e indeterminato. Una sorta di macchia di Rorschach, quei disegni con l’inchiostro usati dagli psicologi, nei quali ciascuno ci vede un po’ quello che vuole. E l’obiettivo, da collettivo diventa personale; la somma di milioni di obiettivi individuali. Non credo funzioni. Il problema identitario, lo sento ancora forte e irrisolto.

2) Chiarire il metodo. Ora, dato l’obiettivo, ci sono centinaia di percorsi teoricamente possibili per conseguirlo. Tutte le strade sono aperte, e il difficile è imbroccare quella giusta. Qual è il metodo Civati? Renzi è stato chiaro: decido io, se vi piace applaudite, se non vi piace fischiate, ma tanto a me poco me ne cale. Nessun renziano, della prima o dell’ultima ora, l’ha mai messo in dubbio e lo contesta. Ma di nuovo: quel è il metodo di Civati? Anche qui non si capisce: si dice meritocrazia, si dice condivisione, si dice attivismo, si dice apertura alle contaminazioni e via dicendo. Ma spiace ammettere che dal mio angolo di mondo ho percepito che non sempre la via seguita per lo sviluppo dell’area aderisce perfettamente a questi dettami. Senza polemica. Capisco sia più facile qui e là appoggiarsi ad un pezzo di partito esistente, che creare, formare e mantenere in ogni benedetto e lontano territorio una nuova classe dirigente. Servono risorse, economiche ed umane. E quindi è il caos, l’anarchia. Dove Pippo ha ben seminato, ben si raccoglie. Dove la semina è stata delegata, o rimandata, i campi rimangono incolti. Ma il contadino si arricchisce comunque, alle spalle dello stesso Civati, rivendendo erbaccia al mercato all’ingrasso della politica italiana. Occorre darsi una scossa. Il Paese è piccolo, e la gente mormora. Non può durare a lungo.

3) Scegliere gli uomini le persone. Se una cosa un anno di militanza nel partito me l’ha insegnata, è che si può essere i migliori teorici del mondo in politica, ma poi occorrono gli uomini. Quelli che ti votano, certo, che ti seguono e ti applaudono. Ma anche quelli che a certi livelli ti permettono anche solo di comunicare, di organizzare, di lavorare. Quelli sono fondamentali. Scegli gli uomini sbagliati, e sei fottuto. La storia è piena di casi clamorosi, in questo senso. Forse l’errore di Pippo, e badate che è il segreto di Pulcinella, che tutti lo bisbigliano, ma nessuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce, è che affida compiti organizzativi senza verificare l’efficacia dell’azione delegata. Forse si fida, punto. Ma non è con una manciata di amici storici e intoccabili che si costruisce la sinistra. Si mantiene il controllo, forse. Ma a mio avviso, più correttamente, si mantiene la sensazione del controllo, non un controllo vero e proprio. Una verifica se le azioni dei nostri amici vanno davvero nella direzione voluta, è necessaria, di tanto in tanto. E bisogna anche avere il coraggio di correggerli, se necessario. Dirò di più: bisogna avere il coraggio di mettere in squadra chi non la pensa come te. La differenza di idee arricchisce, non impoverisce; e, cosa non secondaria, ci si controlla a vicenda. Che poi l’importante è avere tutti lo stesso obiettivo, non dirsi sempre sì. A volte ho avuto la percezione che non tutte le seconde linee civatiane remassero nella stessa direzione di Civati. Ma magari è una mia impressione: quel che è certo, è che a non affrontare e risolvere questo punto, il bel messaggio civatiano perde gradualmente di efficacia, e arriva spento e scolorito.

4) Darsi un’organizzazione. Ci si decida. O si fa una corrente strutturata, o un’area libera di opinione che segue soltanto il suo leader. Io sono per la prima: Civati passerà, ma le sue idee dovranno rimanere, e ci vorrà una solida anche se snella organizzazione che aiuti a realizzarle, se davvero vogliamo fare qualcosa di utile al Paese. Rimanere nel limbo del non siamo una corrente ma pensiamo e agiamo come tale, non giova nè a Pippo, nè a noi, nè alla sinistra. Ci si perde a guardarsi l’ombelico per decidere se lo si vuole concavo o col nodino, e non si va avanti mai. Si perde tempo a difendersi dagli inevitabili attacchi degli avversari, che colgono le nostre incongruenze, e non si produce.

E quindi no, al momento non #èpossibile. Non così. Non senza prima risolvere i nodi che ho sopra esposto, salvo se altri.

Intanto io, per cautela, un punto interrogativo in quell’hashtag, ce lo metterei.

#èpossibile?