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Ma non chiamatelo reddito minimo

In Economia e Sviluppo, Politica lucana on July 27, 2015 at 8:16 am

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Con grandi squilli di tromba la Regione Basilicata approva un provvedimento chiamato “Reddito Minimo di Inserimento”.

Il provvedimento sembra inserirsi appieno nel dibattito nazionale sulla necessità di un sostegno al reddito, nell’anno 8 d.C. (Dopo Crisi) di cittadini fuori dal mercato del lavoro e senza molte possibilità di rientrarci a breve.

A livello micro e macro economico, i benefici di un reddito di inserimento sono molteplici: oltre a permettere una vita dignitosa senza fornire assistenzialismo (in cambio si svolgono infatti tot ore di lavoro presso enti pubblici e Comuni), funge anche da calmiere per il mercato del lavoro: nell’attuale sistema legislativo, che ormai equipara il lavoro ad un qualunque altro fattore produttivo, con un prezzo stabilito dall’incontro tra domanda e offerta, sono moltissimi i casi in cui lavoratori – soprattutto giovani – sono costretti a lavorare per stipendi da fame perchè “o questa minestra, o la finestra” data l’enorme mole di lavoratori disoccupati a disposizione sul mercato.

Ma se lo Stato, che ha potere e soldi, dicesse che piuttosto che lavorare per un aguzzino a 4/500 euro al mese, chiunque ha DIRITTO di svolgere per la stessa cifra una sorta di servizio civile part-time per la propria comunità, gli imprenditori-aguzzini dovranno necessariamente alzare l’offerta economica per assicurarsi manodopera, e quindi profitti. Il potere contrattuale dei lavoratori dunque salirebbe, aumenterebbe la loro capacità di spesa, con benefici per il sistema economico, per gli stessi avidi imprenditori (dal canto loro consapevoli che un singolo isolato sforzo non cambierebbe nulla nel mercato globale, e allora meglio adeguarsi al ribasso per competere e sopravvivere, piuttosto che fare gli eroi e morire) e, in ultimo, per le casse dello Stato, che recupererebbe gran parte della spesa prevista.

Sono dunque molto favorevole al reddito minimo di inserimento, o di cittadinanza, se rispetta questa ratio e va in questa direzione.

Non è però il caso del provvedimento approvato dalla giunta regionale lucana. Come si può leggere nel dispositivo, infatti, i benefici durano solo tre mesi.

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In questo modo non solo non viene assicurato alcun sostegno al reddito, ma non si realizza nemmeno l’effetto calmiere sul mercato del lavoro che un serio provvedimento chiamato “reddito minimo di inserimento” avrebbe. E a nulla vale nemmeno la generica promessa, consegnata alla labile memoria dell’opinione pubblica, di trovare presto altri fondi, perchè una promessa non è un diritto, e senza diritti certi, il Lavoro muore.

E’ piuttosto invece come dare una sola boccata di ossigeno, smettendo poi la rianimazione, e augurandosi che basti. Non serve un genio per capire che per fare ripartire il cuore del lavoro, una boccata sola non basta. Una boccata che costa comunque alla Regione ben 7,5 milioni di euro.

A cosa serve allora? A poco più di nulla, evidentemente, se non diventa una riforma strutturale (d’altra parte sembra difficile che simili impegni possano essere assunti dalle casse di una Regione). Ma c’è chi è costretto pure a gioire, che in questo momento e contesto, poco più di nulla è sempre meglio di nulla. Ma non chiamatelo reddito minimo d’inserimento. A meno che i funzionari regionali non pensino che il reddito minimo per un lavoratore equivalga a poco più di cento al mese.

Mi stacco dunque dal coro e dico: senza un preciso piano a lungo termine, non era invece preferibile risparmiare gli sforzi e impiegare meglio quei fondi? In vista di Matera 2019 non sarebbe stato preferibile impiegare le stesse risorse per collegare meglio la Capitale con il resto della Basilicata e sfruttarne la scia, o per assumere un po’ di personale in pianta stabile nei servizi di assistenza al turismo, per insegnare insomma ai lucani a pescare anzichè elemosinare loro qualche sardina?

Ce l’abbiamo un piano in mente per la Basilicata e il suo futuro? Ce l’ha Pittella? Ce l’ha il PD? Confesso che faccio fatica a intravederlo. Forse invece che parlare di organigrammi, dovremmo parlare di questo, utilizzando i circoli per regalare all’esterno idee e visioni, e non per regolare all’interno conti e potere. Anche perchè avverto che i lucani stanno diventando impazienti, non vedendo molte differenze tra la nuova politica promessa, e la vecchia.

C’è allora solo da augurarsi che le liste dei beneficiari di questo provvedimento non siano gestite anch’esse con i vecchi metodi del bussa alla porta giusta, e che quindi il “reddito minimo” non sia stato concepito unicamente per fare bella figura sui giornali, e per oliare un po’ le vecchie, pesanti e ultimamente un po’ arrugginite catene del clientelismo, vero freno di una Regione che potrebbe volare, ed è costretta invece a camminare a fatica, nonostante lo sforzo e la passione di tanti imprenditori onesti, amministratori capaci, lavoratori indefessi, elettori pazienti, impegnati a spingere la parte migliore della nostra terra verso il futuro.

L'ipocrisia dei soldi negati alla Cultura

In #MT2015 - #MT2019 on March 18, 2015 at 10:11 am

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“Battaglia vinta”. “Stop a chi inquina”. “Atto coerente” (ma de che?).

Il Consiglio Comunale di Matera ha approvato, assecondando un dibattito in corso da alcuni mesi, un provvedimento con il quale si escludono dalla possibilità di sponsorizzare le attività di Matera 2019 le aziende petrolifere. Sulla scia anche delle polemiche all’Expo di Milano per le sponsorizzazioni di multinazionali del junk-food come McDonald’s in un evento che si chiama “nutriamo il pianeta” (!).

Non potevano che essere i cinque stelle nostrani i protagonisti di questa azione, notoriamente fautori di una politica legata più alla comunicazione e al simbolismo astratto – praticamente una corrente politico/dadaista – piuttosto che volta al governo dei processi, alla guida verso una cultura nuova, aperta e trasparente.

E fa strano che molti nostri ambientalisti e sinistri plaudano a questa pagliacciata: il Comune, lo stesso che permette a queste imprese di esistere, concedendo autorizzazioni a chi inquina , vieta a chi inquina non di inquinare, ma di versare soldi per i suoi eventi culturali. Me cojoni, direbbe Bombolo. Ma andiamo con ordine.

Punto primo: rinunciare ai soldi delle odiate multinazionali provoca un immediato danno economico all’evento che si vorrebbe invece difendere, stimolare, rafforzare. Palliativi come quelli proposti, di una lista di imprese “verdi” che “potrebbero” essere interessate a sponsorizzare l’evento, si insinuano nel solco solito dell’ipocrisia di una politica che è solo comunicazione e zero sostanza. Di fatto, nulla vieterebbe che le sponsorizzazioni delle aziende “verdi” si possano sommare a quelle delle aziende “nere”. Ne verrebbe fuori un bel pendant multicolor, ma moltiplicherebbe possibilità ed opportunità. E invece no.

Punto secondo: le aziende petrolifere continuerebbero ad esistere. Nasconderle dal cartellone di Matera 2019 non le cancellerà dal paesaggio e non impedirà loro di lavorare se lavorano, di inquinare se inquinano. Nascondere la polvere sotto il tappeto è il tipico atteggiamento bacchettone dell’Italietta medio-borghese, per la quale la prostituzione non esiste perché tanto è vietata, i ragazzi non si drogano perché fortunatamente è proibito, e i coniugi non si tradiscono a vicenda perché tutte le sere cenano insieme con i figli. Contenti voi.

Punto terzo: le aziende petrolifere continueranno a far soldi; e i soldi verranno distribuiti nelle tasche già piene dei loro ricchi azionisti. Non sarebbe molto meglio se parte di quelli, invece che per l’acquisto di un nuovo costosissimo pezzo di arredamento nella lussuosa villa dell’azionista-petroliere, venissero invece utilizzati per operazioni culturali, o per dare linfa vitale a opportunità di svolta economica e sociale, che l’appuntamento di Matera nel 2019 potrebbe fornire? Permettendo di INVESTIRE (lo so, pare brutto, ma si investe con i soldi) su una via alternativa a quella nella quale siamo costretti e incatenati, che quel poco di lavoro che c’è oggi, ce lo garantiscono giusto loro? Ipocrisia, portami via. Peraltro, il tipico atteggiamento bacchettone dell’Italietta medio-borghese che si taglia le palle per far dispetto alla moglie ed è tutto contento, mentre la moglie gli fa spallucce.

Per concludere: capisco e condivido pienamente il messaggio. Cultura e Petrolio, Sviluppo continuo e rinnovabile partendo dalle ricchezze ambientali invece che dallo sfruttamento di risorse fossili una tantum, non sono alternative che stanno insieme.

Ma a dirla tutta, il messaggio non dovrebbe essere: le multinazionali del petrolio non dovrebbero influenzare la nostra offerta culturale e le nostre opportunità di sviluppo alternativo. Ma: le multinazionali non condizioneranno le nostre scelte. Punto. Nemmeno se versassero miliardi nelle casse di Matera 2019. Perché vigileremo, perché costruiremo percorsi trasparenti, perché selezioneremo persone indipendenti e responsabili. Perché i soldi possono comprare tutto, ma non la nostra dignità e il nostro futuro.

Continuando a nasconderci dietro il dito di sua signora l’ipocrisia, ammettiamo invece implicitamente che la realtà è questa. Che non ci piace. Ma che cambiarla non è, e non sarà, mai possibile.

Tutt’al più, possiamo nasconderla.

Adesso, sorridete.

 

 

Come siamo Provinciali.

In #MT2015 - #MT2019, Politica lucana on January 22, 2015 at 9:33 pm

Mio figlio frequenta la scuola primaria. A turno, i genitori di ogni alunno devono portare una risma di carta A4, perchè non ci sono soldi per il materiale didattico.

Va bene, dico io, nessun problema. Pochi euro al mese sono nulla, per contribuire a tenere in piedi la nostra scuola pubblica.

Il momento è difficile. I bei tempi andati, quando tutto era aggratis, sono passati, e forse non torneranno più.

Stringiamo tutti la cinghia.
Facciamo sacrifici.

E infatti anche il Governo fa la sua parte. Ad esempio, per contenere le spese, ha abolito le Province; proprio l’ente che gestisce i servizi scolastici, e la scuola del mio bambino.

Ma allora perchè la Provincia di Matera continua a spendere denaro per retribuire profumatamente i suoi dirigenti?

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Se un medico dà per morto un paziente che però continua a respirare normalmente, non è solo un incompetente: è anche un imbecille.

Come definire allora quel politico che dà per estinto un Ente, che però continua a spendere (e male, peraltro) come prima?

Mentre me lo chiedo, vado a comprare una risma di A4.

Domani tocca a noi portarla in classe.

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