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L'affaire #Bankitalia for dummies (me compreso)

In Economia e Sviluppo, Politica Italiana on January 31, 2014 at 1:36 pm

bambino-ladro

Non sono un superRagioniere, ma ho letto commenti e articoli sul caso Bankitalia. Cerco quindi di fare il punto della situazione, esponendo il mio punto di vista senza la pretesa di insegnare nulla a nessuno, ma offrendo una personale opinione al pubblico ludibrio, lì dove gli esperti vorranno confrontare la loro con la mia.

E dunque. Da una parte i grillini gridano alla rapina, denunciando un furto da 7,5 miliardi ai danni dei cittadini:

grillini

Dall’altra, superRagionieri si chiedono dove sia il problema, oppure sollevano diversi dubbi, offrendo in ogni caso articolate spiegazioni che, sono sicuro, incontrano difficoltà di comprensione da parte di chi non mastichi partita doppia a colazione.

Da novello autoproclamato Piero Quark della finanza, provo a spiegare quello che ho capito, premettendo che il mio punto di vista coincide totalmente con quello dei SuperRagionieri, e che Grillo e Movimento 5 Stelle stanno cavalcando populisticamente, secondo il loro costume, una battaglia del tutto fumosa e senza alcun fondamento reale. E il prossimo che mi chiede “perchè non aderisci al Movimento 5 Stelle, esci dalla cloaca del PD”, la risposta la trova qui. Così non si può fare politica. Nemmeno come la fa il PD, per la verità; ma almeno assomiglia appena appena di più a quel che ho mente io, e confido di farcelo somigliare sempre di più lottando e partecipando. Cosa al momento impossibile, tra i fan di Grillo.

La legge in questione consente una rivalutazione puramente contabile dei saldi di bilancio. Oh mio Dio, e cosa significa? Significa che, ad esempio se un’azienda ha comprato il proprio capannone trenta anni fa l’avrà pagato, faccio per dire, un milione di lire, se quello era il costo dei capannoni dell’epoca. A causa dell’inflazione e della rivalutazione del mercato immobiliare, il valore di quel capannone oggi sarà di un milione di euro… ma nel bilancio dell’azienda sarà riportato al valore storico, ovvero circa cinquecento euro!

Significa che l’azienda “apparirà” più povera di quanto sia in realtà, con conseguenze negative, ad esempio, sulla valutazione della sua capacità di credito: in altri termini se volesse accedere ad un finanziamento bancario, la banca storcerebbe il naso dicendo che ha poco capitale. Ma un capannone è sempre un capannone, è in realtà il bilancio a non essere reale. Insomma, un casino.

Per ovviare a questo problema la scienza ragionieristica prevede che apposite leggi possano consentire una periodica rivalutazione dei cespiti: capannoni, terreni, e anche partecipazioni finanziarie in casi particolari. Perchè serve una legge per rivalutare un bene che è riportato in bilancio ad un valore non più congruo? Non lo può fare direttamente l’azienda, di tanto in tanto? No, e per una serie di ragioni, ma semplificando diciamo che è interesse generale evitare l’arbitrario annacquamento dei valori di bilancio (che è pur sempre garanzia generica dei creditori) e disciplinare la tassazione sostitutiva per le plusvalenze: senza entrare nel tecnico, chiunque può afferrare che se riporto in bilancio il valore del mio capannone da 500 euro ad 1 milione, avrò una plusvalenza di 999.500 euro. Si tratta però di un valore monetario, di natura peraltro incerta: diventerà certo solo quando EFFETTIVAMENTE venderò il mio capannone e troverò qualcuno disposto a pagarlo 1 milione di euro. Solo allora mi entrerà EFFETTIVAMENTE un milione di euro in cassa. Non è detto però che l’azienda abbia necessità di vendere, perché magari è la sede produttiva del proprio stabilimento, e desidera solo riportare il bilancio a valori reali. Per questo, la tassazione su questa specifica plusvalenza deve avere carattere eccezionale, ed è rimesso alla facoltà dell’aziende procedere alla rivalutazione (e pagare l’imposta sostitutiva) oppure lasciare le cose inalterate, secondo la propria soggettiva valutazione di convenienza.

Mi auguro che sia chiaro. Ora, cambiando il soggetto da un capannone alla partecipazione in Banca d’Italia, cambia poco la sostanza. La ratio del provvedimento rimane questo, ed in questi crismi mi pare sia contenuto.

Sono invece valide le seguenti obiezioni, di natura squisitamente politica, e che in Parlamento dovrebbero essere discusse e vagliate, in un sistema che funzioni correttamente e non svolga i suoi processi sommari su giornali, televisioni e blog, ad uso e consumo della propria popolarità e vanità politica:

  • E’ proprio necessario destinare i proventi della tassazione sulle plusvalenze per ridurre l’IMU? Se lo chiede Andrea Ranieri, e mi trova d’accordo. Ma se questo governo ha deciso di cancellare l’IMU, per ragioni di politica economica a me sconosciute e con le modalità pasticciate che tutti sappiamo, trovare coperturaqui o altrove, cambia poco. Il problema è a monte (non di doveva cancellare l’IMU).
  • La tassazione al 12% non è troppo bassa? Può essere: si poteva fissare al 20, come al 5. E’ una scelta di politica economica, e deve tener comunque conto del fatto che il provvedimento serve (in astratto) a rendere i bilanci più “belli” ma non produce utili effettivi, quindi la tassazione non può essere eccessivamente punitiva.
  • E’ congruo il valore dato alle partecipazioni? Nel senso, il valore di 7,5 miliardi è troppo alto, o invece troppo basso? Se lo chiede anche la BCE, e come per tutti i processi valutativi un margine di discrezionalità c’è inevitabilmente, ma mi pare di leggere autorevoli opinioni che danno la forchetta un po’ troppo alta, ma entro margini ancora accettabili.
  • Le banche saranno costrette a far calare la quota di partecipazione al 3%, vendendo le quote eccedenti, ma se non trovano compratori la Banca d’Italia dovrà ricomprarle ai valori “riadeguati”. Non è un regalo alle banche? Non mi pare: sarà difficile infatti non trovare compratori disposti ad investire capitali che rendono circa il 6% (i Bot stanno a meno dell’1). Ma dal momento che vendere non è una facoltà ma un obbligo di legge, si prevede opportunamente che se le banche non trovassero un acquirente, la Banca d’Italia comprerebbe le partecipazioni, tenendole “in pancia” in attesa di un compratore. Senza questa previsione, l’obbligo di vendere sarebbe pura intenzione. Adempiere all’obbligo significa infatti dover attendere la volontà di un terzo (il compratore delle quote) che potrebbe, realmente o maliziosamente, non essere mai riscontrata, anche in virtù del fatto che non può comprare chiunque, ma un operatore finanziario con determinate caratteristiche. Quindi la legge dice: sei obbligato a vendere, ma se non trovi tu l’acquirente, compro io e me lo trovo da solo. Potrebbe alla fine, a ben vedere, rivelarsi un buon affare per la Banca d’Italia, perché non è detto che la partecipazione acquistata non venga venduta successivamente ad un prezzo anche superiore, magari in un ciclo economico più favorevole. Si tratterebbe sì di liquidità che esce dalle tasche, ma come contropartita incassa il corrispettivo di un valore patrimoniale suscettibile di essere venduto in qualunque momento. Dov’è il regalo? E proprio alla banca d’Italia si fanno questioni sulla liquidità? E’ forse al momento uno dei pochi soggetti che non hanno problemi. Se li avesse, comincerei a pensar bene di fare le valigie…
  • Era proprio così urgente la questione, tanto da doverla imporre per decreto legge, in un testo che contiene anche altro, trattandosi di una norma così tecnica e che in tanti punti può e deve essere migliorata? E’ la posizione, tra gli altri, di Civati, che ovviamente condivido. Discorso che vale, come afferma Pippo, in generale, come richiamo a cessare questa inopportuna invadenza sul potere legislativo da parte dell’esecutivo che va avanti da decenni…
  • Infine: questa operazione, conti alla mano, allo Stato conviene? Se lo chiede ad esempio KeynesBlog, che riflette: “Le banche ricevono un bel regalo di Natale, e a pagare sarà il bilancio dello Stato, cioè i contribuenti, visto che, sempre da statuto, gli utili di Bankitalia non distribuiti ai soci vengono versati allo Stato. Se il regalo da 7,5 miliardi non incide immediatamente sul bilancio pubblico, inciderà l’impegno a corrispondere ai soci da qui in avanti dividendi pari al 6% di tale valore, ovvero 450 milioni. In cambio, le banche pagano un’imposta sostitutiva del 12% sulla plusvalenza. Insomma: nelle casse dello stato entrano immediatamente 900 milioni, a fronte di una minore entrata 450 miloni annui a partire dal prossimo anno. Siamo sicuri che ne valga la pena?” Ora, a parte l’imprecisione di definirlo “regalo da 7,5 miliardi” (ma si vede che fa sempre figo e attira lettori), visto che si afferma subito dopo che “non incide immediatamente sul bilancio pubblico” (e allora che regalo è?), il punto è che lo Stato rinuncia ad incassare centinaia di milioni di dividendi per tutti gli anni a venire in cambio di un’unica entrata immediata. Conviene? In realtà il calcolo appare complicato, anche dal fatto che le partecipazioni dovranno essere dismesse e proprio la Banca d’Italia potrebbe riacquistarle, riprendendosi gli utili che “teoricamente” dovrebbero essere distribuiti al mercato. Difficile quindi dire se conviene, ma se l’obiettivo è fare cassa oggi e fottersene del domani, è pienamente centrato.

E’ questo il dato politico, ed è questo che deve farci saltare dalla sedia: abbiamo una classe dirigente – compresi i grillini, che classe dirigente sono, ormai, come tutti gli altri – che non affronta i problemi reali, che rimanda sulle generazioni future i costi delle (peraltro discutibilissime) scelte di oggi, che è lì in attesa di non si capisce bene quale improbabile vincita alla lotteria, per svoltare un’azione politica che è sempre al via ma non parte mai; che fa solo propaganda elettorale permanente, in un teatrino forse a tratti divertente, ma avulso e sganciato dai bisogni reali, utile solo a beghe e lotte di potere.

Ma questo, mi pare, non lo scopriamo oggi, con il Decreto legge sulla Banca d’Italia.

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