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Democrazia e Sviluppo - Il Blog

Serenamente SI

In Riforma costituzionale on November 21, 2016 at 10:36 am

Leggo con interesse l’articolo di Michela Cella a sostegno delle ragioni del no, finalmente libero da millenarismi e propaganda al limite della calunnia o della tentata circonvenzione di incapace (così in molti, evidentemente, devono considerare l’elettore medio).

E credo meriti una risposta, in modo da evidenziare come, sullo stesso testo, partendo da due diversi punti di vista, si possa arrivare a conclusioni opposte.

Michela inizia dicendo che ci rimarrebbe il pericoloso precedente di una Riforma fatta a maggioranza. Lo dice impropriamente, perchè il precedente c’è già stato nel 2001 con la Riforma del titolo V, approvata peraltro in Parlamento con percentuali ancora più risicate di questa. Sarebbe certo opportuno che le Riforme costituzionali siano sempre largamente condivise. Ciò non di meno, gli stessi padri nobili della Costituzione del 1948 hanno saggiamente previsto che la revisione potesse essere fatta a maggioranza, chiamando in questo caso il popolo a esprimersi direttamente su di essa, come una sorta di avallo definitivo, che taglia la testa ad ogni polemica e dubbio di legittimità. Sembra quasi che i costituenti abbiano visto nella sfera di cristallo un Parlamento bloccato da una forza populista come il Movimento 5 stelle, che occupa quasi un terzo del Parlamento e il cui compito sembra essere quello di dire sempre e solo NO, chiusi a qualunque ipotesi e tentativo di confronto e mediazione. In casi come questo che stiamo vivendo, ci dice la nostra attuale Costituzione (che peraltro su questa parte non viene riformata, solo adattata nei termini alla fine del bicameralismo perfetto), il Paese non può rimanere bloccato. Lo hanno previsto sett’antanni fa, ed è valido oggi. E non è solo una giustificazione accademica: è proprio un “non si poteva fare altrimenti”, non dimenticando infatti che questa legislatura sta in piedi per le Riforme, incentrate soprattutto sull’eliminazione dell’obsoleto meccanismo del bicameralismo perfetto. Riforme attese da almeno 20 anni, dalle bicamerali di dalemiana memoria (per quanti dicono: non se ne sentiva il bisogno).

Dice Michela che la crisi è istituzionale e non politica. Beh, nessuno può negare la crisi politica. Ma c’è anche un’evidente crisi istituzionale, derivante dal fatto che un sistema sostanzialmente maggioritario, si regge ancora su archetipi di stampo proporzionalistico; e che andiamo avanti applicando un sistema particolarmente prudente, che dà spazio più alle paura che un avversario possa prendere il largo (all’epoca nel mirino c’erano comunisti e neofascisti; oggi le paure sono diversamente declinate:”e se vince Grillo?”, “e se vince Salvini?” “e se il PD si prende tutto?”) che sulla fiducia nei confronti di una democrazia (più) matura, quale la nostra dovrebbe ormai essere considerata. Rendendo assai complicato l’azione del governare, per chiunque vi si appresti. E snaturando di fatto anche il dettato costituzionale, che senza l’intervento costante del governo per l’approvazione delle leggi, queste possono disperare di essere mai approvate.

Qualcuno ha fatto giustamente notare come con un tempo medio di approvazione delle leggi di iniziativa parlamentare di 504 giorni, si rende di fatto inutile il presentare disegni di legge nell’ultima parte della legislatura (sarà improbabile che possano mai vedere la luce), riducendola di fatto di un terzo e limitando il potere di rappresentanza del popolo.

La crisi istituzionale è evidente a chiunque abbia mai sollevato in passato l’obiezione di un Parlamento ridotto ormai ad alzamani a piacimento dei Governi. Adattare un vecchio vestito alla crescita del Paese, rattoppandolo e stiracchiandolo ogni volta, ha reso logoro il vestito, e troppo scomodo l’indossarlo.

Michela entra nel merito delle critiche, partendo dal tanto vituperato nuovo Senato. La sua maggiore preoccupazione è che il funzionamento del nuovo Senato sia previsto in linee generali, rimandando ad una futura legge la reale applicazione pratica. Beh, Michela: questo non è un limite della Riforma; è proprio così che funziona la nostra Costituzione. Chiunque abbia dato una sbirciatina ad un testo di diritto pubblico, sa bene che la nostra è una Costituzione programmatica: delinea cioè linee generali che dovranno poi essere tradotte in pratica da leggi ordinarie, che scaturiranno dal dibattito politico. Sarà pertanto il dibattito politico (per la verità già acceso e piuttosto delineato, dal momento che il Partito Democratico ha annunciato quali saranno, per parte sua, le modalità di applicazione del dettato costituzionale, se il nuovo Senato dovesse essere approvato dai cittadini il 4 dicembre, insieme a tutta la Riforma) a stabilire COME applicare i principi – piuttosto chiari – stabiliti dalla nuova Costituzione.

A Michela sembra assurdo che l’Italia abbia optato per un nuovo Senato sede delle istanze delle autonomie locali. Mi fa specie che scriva questo, dal momento che fra i tanti punti toccati dalla Riforma, proprio questo era il più pacifico, rientrando nelle previsioni di riforma di tutti i programmi elettorali di quasi tutti i partiti già dai tempi del PDS, e in tutte le bozze di riforma – inutilmente – portate avanti fino a questa.

Condivido invece le perplessità sul vincolo di mandato e sul voto congiunto. Ma converrai, Michela, che lì dove fosse necessario, una correzione successiva non è certo vietata da nessuno. Non condivido affatto però quelle sul cosidetto doppio incarico, già sperimentato nelle province e senza grandi patemi. E pensandoci bene, sarebbe stato peggio se i Consigli regionali avessero indicato i loro rappresentanti al di fuori di esso. E sarebbe stato ugualmente peggio se i rappresentanti regionali fossero stati scelti direttamente con le elezioni, che sarebbe venuto meno il senso stesso del nuovo Senato, trasformandolo nuovamente in un organo politico, cosa che invece non deve più essere.

Anche sull’elezione del Presidente della Repubblica si scaglia la penna di Michela, ritenendo sconveniente che se ne acceleri l’elezione. Il suo giudizio cozza però contro l’evidenza letterale della norma, e contro la matematica: a conti fatti, dal momento che per l’elezione del Presidente sono di norma presenti dal 96 al 98% degli aventi diritto (oggi tutti iarlamentari e alcuni rappresentanti delle regioni, domani solo i parlamentari) di fatto sarà più difficile eleggere il Presidente a maggioranza. Attenzione: più difficile non significa impossibile. Già oggi è infatti teoricamente possibile (e già dopo la terza votazione) che un Presidente venga eletto dalla sola maggioranza di governo (che per esser tale si presume abbia la maggioranza dei voti in Parlamento). Nella Costituzione del 1948 i nostri saggi padri costituenti avevano infatti previsto che lì dove si fosse creato un impasse nella ricerca di un nome condiviso, la maggioranza avrebbe avuto via libera per eleggersi chi gli pare. Nella “sovversiva” Costituzione del 1948! E tale previsione serve anche ad evitare che l’opposizione faccia barricate insormontabili, che poi il Paese in un modo o nell’altro deve essere governato, deve poter andare avanti, e non dev’essere bloccato. A mio avviso la nuova elezione del Presidente della Repubblica, nel rendere ancora piú evidente che in passato che la ricerca del nome debba coinvolgere quanto più consenso possibile – cosa che però, bisogna dirlo, al di là dei timori teorici di Michela, nella pratica avviene sempre – fornisce alle minoranze la scappatoia di poter non partecipare al voto (abbassando quindi il quorum) in caso di confronto senza sbocco. Restando in aula, invece, renderebbe evidentemente più difficile la vita della maggioranza, costringendola ad accordi più ampi, o bloccando nomi di impresentabili personaggi. Affermare il contrario, e cioè che la Riforma rafforza la maggioranza nell’elezione del Presidente della Repubblica, è una bugia bella e buona. Che non diventa più vera se ce la raccontiamo o la sentiamo raccontare spesso.

Infine, al di là di una condivisibile critica agli Statuti delle Regioni Autonome – che però la Riforma decide di non alterare rispetto al passato, ma nulla vieta di farlo in futuro, rimuovendo quelli che considero residuati bellici post-unitari e realizzando una compiuta e definitiva unità nazionale -, Michela si critica la decisione di ricentralizzare alcune funzioni che la precedente Riforma del 2001 aveva delegato alle Regioni. Ma, partendo dal dato che la precedente Riforma aveva provocato un balzo dal 5% al 46% di pratiche di conflitti di attribuzione davanti alla Corte costituzionale (il fatto che Michela sostenga che si siano “stabilizzati” non tranquillizza granchè) e che, come per l’eliminazionel bicameralismo perfetto, intervenire su questo punto facendo un passo indietro era ritenuto pacifico, alzi la mano chi considera oggi le Regioni italiane esempi virtuosi di buon governo ed efficienza. Beh, a parte qualche esempio virtuoso, o qualche campo di eccellenza, anche le Regioni avevano evidente bisogno di una Riforma, correggendo quanto nel 2001 si era squilibrato, sull’onda lunga del suuperficiale dibattito di allora sulla necessità di un’Italia più federale. Lo ricorderete senz’altro, Bossi, il federalismo e blablabla. 

E qui si conclude l’articolo di Michela Cella, che al di là del campionario ormai abbastanza tipicizzato di critiche alla Riforma, apprezzo per i toni sereni e sobri, che possono consentire un confronto pacifico, e soprattutto ai cittadini di valutare al meglio come comportarsi il 4 dicembre. 

Liberi da slogan e propaganda, da endorsment parimenti eccellenti o imbarazzanti, che caratterizzano gran parte del dibattito mediatico in questi giorni e che certo non aiutano a sgombrare le nubi dalla reale conoscenza del testo si riforma, unico metro di valutazione per decidere se posare la penna sul SI o sul NO.

Serenamente.

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