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Democrazia e Sviluppo - Il Blog

[3] Perchè SI: il nuovo Senato è una figata pazzesca / Parte 1

In Riforma costituzionale on November 16, 2016 at 12:13 pm

​E’ il punto più controverso, sul quale, al netto delle valutazioni politiche e di convenienza che si sprecano, si concentrano la maggior parte delle critiche di merito dei sostenitori del no alla Riforma.

E allora proviamo a ragionare. Il nuovo Senato del vecchio manterrà solo il nome, ma sarà una cosa completamente diversa, con tutt’altre funzioni. Sarà infatti finalmente quella Camera regionale sempre fantasticata e voluta da tutti, dalla CGIL alla Confindustria, da D’Alema a Berlusconi (i finti opposti, Padri igNobili di quest’ultimo ventennio, ancora una volta uniti appassionatamente nell’ultima tenace battaglia, insieme ad un’allegra brigata di vecchi e nuovi conservatori e finti ribelli).

Quindi non è affatto vero che il Senato sarà abolito. E se lo fosse stato, allora sì la democrazia sarebbe stata in pericolo: un’unica Camera potrebbe cambiare a piacimento la Costituzione, ratificare o annullare accordi internazionali, approvare leggi contro i diritti delle minoranza.

Il nuovo Senato avrà infatti anche questa funzione, di ponderazione e valutazione di tutte le leggi, e per alcune (elencate una per una dall’articolo 70, che per questa ragione e così corposo rispetto al precedente, scatenando il superficiale sarcasmo dei social – e forse si sarebbe potuto scrivere meglio, descrivendo le funzioni del nuovo Senato in un altro articolo, ma sarebbe cambiata la forma, non la sostanza) per alcune leggi, dicevo, avrà identici poteri dell’altra Camera. Ciò ha permesso di non modificare ad esempio il processo di revisione costituzionale, che rimane il solito, riflessivo e ponderato, del mitico 138 (mediante il quale é stata approvata anche questa Riforma, senza scorciatoie, commissioni di saggi, bicamerali e quant’altro: solo il buon, vecchio, sano dibattito parlamentare, e 6 votazioni successive tutte passare a maggioranza più ampia rispetto a quella governativa).

È evidente che rispetto a queste nuove funzioni si ponga il problema di come eleggerne i membri. I paletti inderogabili sono due:il numero dei nuovi senatori sarebbe dovuto calare da 315 a 100 (e si poteva fare lo stesso alla Camera, già che c’eravamo, che 630 parlamentari sono eccessivi, ma dobbiamo votare la Riforma che c’è e non quella che ci sarebbe potuta essere); il Senato doveva essere espressione delle Regioni (non quindi solo dei loro governi, come qualcuno ora pretende, e superando il pasticcio delle ultime leggi elettorali che del supposto regionalismo già previsto, hanno poco e nulla). 

E dunque: si poteva prevedere che gli elettori eleggessero direttamente i Senatori, magari insieme ai Consigli Regionali, ma con procedura e scheda diversa e distinta? Certo si poteva, e forse sarebbe stata la migliore soluzione, pur stando certo che i detrattori a prescindere (guardatevi bene dai critici di professione: sono la rovina della politica e della società di questo Paese) avrebbero contestato che così facendo i senatori sarebbero stati espressione dei partiti di provenienza, più che delle Regioni.

Si poteva stabilire che i senatori fossero nominati dalle Regioni all’esterno dei membri del Consiglio stesso? Certo che si poteva, ma fortunatamente non è stato fatto, che allora sì il nuovo Senato sarebbe stato di sicuro un Senato di nominati (ma proprio nel senso empirico del termine!).

La scelta, criticabile quanto si vuole, è stata una via di mezzo: i senatori saranno scelti dai consigli regionali “tenendo conto delle indicazioni degli elettori”. Dovrà quindi essere fatta dopo la Riforma una legge ordinaria che applichi questo (in verità ampio e fumoso) principio. Che da esso comunque non potrà prescindere: i senatori dovranno essere eletti tenendo conto del dettato costituzionale. Ogni nomina o ogni legge che consenta le nomine in violazione del suddetto principio, sarà potenzialmente annullabile.

Apriti cielo. Le critiche (meravigliano soprattutto quelle di chi questa Riforma l’ha emendata e votata in Parlamento, Bersani e bersaniani su tutti) piovono a dirotto. 

Personalmente alcune le trovo infondate, altre pretestuose, molte altre esagerate.

Tra le prime quelle che denunciano che il nuovo Senato diventerebbe un parlamentino di nominati. A parte che da anni tutti i parlamentari sono ormai nominati, comoresi gli stessi che lo denunciano, creando un corto-circuito mentale freudiano di non poco conto, a ben vedere questo è più frutto della nostra cultura passiva e sottomessa, e del sistema elettorale, che della Costituzione. Che infatti nemmeno nella sua stesura originale ha potuto impedire le nomine. In ogni caso si tratta di elezioni di secondo grado: ovvero si eleggono consiglieri regionali che tra loro eleggono chi dovrà rappresentarli (e quindi rappresentarci) nel nuovo Senato. Avendo quest’ultimo soprattutto un ruolo tecnico – e solo residuale e accessorio di garanzia – di raccordo tra Stato centrale e Regioni, e di rappresentanza di queste ultime e dei loro cittadini, mi pare accettabile che sia così. Non sto dicendo giusto. Non sto dicendo perfetto. Sto dicendo accettabile.

Tra le critiche pretestuose la maggiore è quella che si scandalizza che l’immunità parlamentare sarebbe estesa a 100 consiglieri regionali, partendo dal presupposto che siano la feccia più schifosa della società e della politica. Ora, a parte che mi fa specie che i miei connazionali eleggano puntualmente e scientificamente la parte più schifosa e becera della società (e se lo fate, smettere semplicemente di farlo), a parte che ridurre il numero di persone coperte da immunità da 315 a 100, non mi pare un allargamento, a parte che l’istituto dell’immunità parlamentare è un istituto nobilissimo che assicura libertà di pensiero e di azione ai nostri rappresentanti (difatti non è un’invenzione moderna ma è previsto nella Costituzione dal 1948), questa critica muove dal terreno paludoso e viscido dell’antipolitica, che rifiuto per principio: abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale che ci permetta di tornare ad avere fiducia nelle Istituzioni e nei suoi (nostri) rappresentanti, nella politica e nel confronto come mezzo per risolvere le questioni e i conflitti e non per crearne di nuovi ed eterni nei quali sguazzare per decenni, con danno per molti e vantaggi per pochi. La politica dovrà fare la sua parte, promuovendo al suo interno esempi e pratiche virtuose, noi però facciamo la nostra. Che il telecomando lo abbiamo in mano noi, e possiamo cambiare canale quando ci pare.

Infine la critica più esagerata dice che i nuovi senatori, essendo anche sindaci o consiglieri regionali, dovrebbero sobbarcarsi un doppio lavoro che impedirebbe loro di svolgere compiutamente una, o entrambe le funzioni. Anche questa critica muove dalla pancia dell’antipolitica, contraddicendo però la parte di sè stessa che afferma ad ogni piè sospinto che i politici sono solo dei fannulloni fancazzisti: quindi un compito in più dovrebbero teoricamente poterlo svolgere. Fuori dalla retorica populista, è la stessa critica che fu mossa anni fa nei confronti delle “nuove” Province, quando in attesa dei passaggi che consentissero il loro svuotamento (dei quali la Riforma è uno di questi, eliminando dalla Carta ogni riferimento a questi Enti intemedi obsoleti e inutili), si decise che dovessero essere consiglieri comunali e sindaci a prendere il posto degli eletti. Passaggio controverso e forse evitabile, in ogni caso non mi risulta che da allora ci siano Provincie con grandi e maggiori problemi, o consiglieri comunali infartuati dal doppio incarico.

[Continua…]

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