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Democrazia e Sviluppo - Il Blog

Perchè gli ex elettori PD non votano a sinistra?

In Politica Italiana on June 7, 2016 at 8:26 am

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Il PD è un partito totalmente allo sbando. Chiariamoci: la colpa non è di Renzi. Semmai la sua colpa è essersi proposto come rimedio, aver indicato la cura, e non aver fatto nulla. Anzi forse è riuscito a peggiorare una situazione già grave.

L’emoraggia di elettori è inarrestabile e continua, e il 40.8 alle europee un fortuito caso dovuto all’occasionale bassa affluenza. Non appena questa è tornata a livelli consueti, per quanto comunque bassi, l’evidenza non si è più potuta nascondere.

L’idea di intercettare e dare rappresentanza e dimora agli elettori in libera uscita dal PD ha ingolosito molti: se il pd naufraga a destra, creiamo uno scoglio a sinistra.

Ma il limite dell’operazione è nell’operazione stessa, rivelatrice del tipico atteggiamento di superiorità della sinistra pura (lo so, il termine non piacerà  a molti, ma ancora non vi siete manco accordati sull’etichetta, e comunque e poi così importante?): gli elettori hanno fame [di rappresentanza] ma non hanno più pane [il PD]? Che mangino brioches!

E così hanno preparato le brioches: una sinistra golosa quanto si vuole, ma assolutamente incapace di sfamare gli affamati elettori ormai da anni alla ricerca di un cambiamento che tarda ad arrivare.

Peraltro l’imbeccata l’ha data – involontariamente – Sabrina Ferilli, dichiarando di votare la Raggi. E la tesi sembra abbastanza semplice: un elettore del PD che non si sente più rappresentato dal PD, vota l’alternativa più credibile, non una sua copia in piccolo; agli elettori PD non interessa il voto di testimonianza: vogliono cambiare le cose. Punto.

Magari non voteranno mai a destra. Ma i 5 stelle sono lì a portata di mano. Hanno il vantaggio della verginità. E in molti territori sono accreditati di competitività. Quindi con un solo voto si colgono due piccioni: si lancia un segnale al PD (resto convinto che il disinnamoramento è sempre recuperabile, se ci si scusa e si rimedia in tempo) e si prova allo stesso tempo a cambiare la gestione dei propri comuni o della propria regione. E a chi schifa questa scelta, loro rispondono: tanto, peggio di così…

Come in tutti i campi della società, ci sono alte barriere all’ingresso, che non possono essere ignorate, pena sbattere ripetutamente il grugno contro il muro. E a chi non ha avuto la pazienza di attendere che il renzismo passi, non si può forse chiedere di aspettare che le brioches diventino pane; che la sinistra fuori si faccia massa critica e diventi realmente alternativa di governo. Il trade off è: non la voto fin quando non sarà competitiva; ma non diventerà mai competitiva, fin quando non la voti!

A sinistra questo ragionamento non piace. Ma è un dato di realtà con cui fare i conti, non un capriccio da biasimare e condannare (“gli elettori non ci capiscono” si sente riecheggiare ancora in queste ore).

La strada troppo presto abbandonata di riformare e competere per la leadership in uno dei contenitori tradizionali, abbandonando toni da rivoluzione francese (ma incompatibili modi da nobiltà sprezzante) e provando a dare corpo all’adagio lapalissiano “si cambia cambiando”, resta a mio avviso la strada certo più difficile, ma più breve.

Anche i 5 stelle non sono nati nel 2013. Nel 2013 sono cresciuti grazie ad una fortunosa e imprevedibile bolla (imprevedibile solo per chi abita i palazzi e si affaccia sulla realtà solo dalle finestre dei giornali). Ma ancora nel 2016 non sono in grado di creare liste nella maggior parte dei comuni. E si affermano in pochissimi altri, anche se i risultati di Roma e Torino rimbombano per l’eco che queste grandi piazze garantiscono.

Che si fa? Boh. Noi siamo qua. Ripensare ruoli e strategie potrebbe essere amaro, ma alla lunga rivelarsi la chiave del successo di una nuova e vera sinistra italiana.

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