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Democrazia e Sviluppo - Il Blog

Gramsci Togliatti Luongo Berlinguer

In Politica lucana, Ritratti on December 8, 2015 at 3:02 pm

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di Nino Carella

La prima volta che ho incontrato Antonio Luongo ero bambino. Da piccolo, alle Feste dell’Unità, o alle manifestazioni alle quali accompagnavo mio padre, o anche in casa per indottrinare la prole, sentivo echeggiare il canto popolare “Bandiera Rossa”, che in un tripudio di autocelebrazione terminava con: “Evviva il grande partito comunista, di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer!”.

Quando anni più tardi entrai nella federazione del PCI in piazza Firrao, ancora bambino, mi presentarono il compagno Luongo. Non ricordo le circostanze, ma ricordo bene la stretta al cuore nel trovarmi di certo al cospetto di un grande uomo, se era citato addirittura in una canzone, che i grandi cantavano con tanta serietà e convinzione! Il carisma e l’autorevolezza del portamento e della voce, che lo caratterizzavano allora come ieri, insieme alla febbrile attesa con la quale si aspettavano i “compagni di Potenza”, erano la prova che doveva essere di certo lui il “Luongo” di quel canto. Anni dopo capìi l’equivoco, ma quel senso di deferenza che avevo da piccolo, mi è rimasto dentro ogni volta che, ormai adulto, l’ho rincontrato.

E l’ultima volta che ho incontrato Antonio Luongo è stato giovedì scorso, e certamente nessuno dei due pensava che sarebbe stata l’ultima. Era stato chiamato a presenziare la direzione cittadina del PD. Dirimere questioni, prendere posizioni, era il suo compito. La ricerca spasmodica del punto che tenesse tutto in equilibrio sulla punta di un dito erano la sua missione. Prendersi le responsabilità degli errori commessi, anche quando non ne aveva, era la sua cifra. Con una leggerezza invidiabile, come se tutta questa corsa a schierarsi, a dichiarare pubblicamente, a puntare il dito di qui o di là, non fosse tanto importante quanto la nostra animosità tradiva. La vita e le cose fondamentali sono altre, sembrava dire Luongo tra le righe, commentando con una battuta o un sorriso sornione i passaggi più tesi. La politica è passione, e le passioni completano l’esistenza, non ne occupano tutto lo spazio. Politici così non ce ne sono più, e sono certo che la sua assenza graverà su di noi in un modo oggi nemmeno immaginabile.

All’ultimo Luongo, non avendo comunque per motivi di distanza geografica potuto valutare il primo, ho rimproverato molto. Ma con un “chi te l’ha fatto fare” di sottofondo, tanto era evidente l’impossibilità di conciliare i suoi condivisibili valori e il suo naturale senso del partito e della politica con questi tempi disordinati. Valori e identità che ancora di più dovremo impegnarci adesso a ricercare,  diffondere, e soprattutto praticare.

Con la sua improvvisa scomparsa si apre un vuoto nella politica lucana. E nel giorno del dolore e del ricordo, si fa ancora più evidente l’urgenza con la quale si sarebbe dovuto dar corso al nuovo corso, da tutti sempre evocato, da nessuno mai realizzato. Era infatti Antonio Luongo, con lo stesso carisma e la medesima autorevolezza di trent’anni fa, a fare da diga alle ambizioni, a fare da argine alle velleità, a tenere in equilibrio un partito senza più identità e direzione chiara, e dai confini incerti e facilmente valicabili. Non aver saputo, voluto o potuto creare una squadra, una guida che prescindesse dalla sua persona, priva infatti improvvisamente il Partito Democratico lucano della sua testa. Ma a questo ci si penserà domani.

Nel bene o nel male, a seconda di come la si pensa, Luongo è stato il protagonista silenzioso di questa ultima stagione.

Ciao, Antonio. Buon viaggio.

Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer ti aspettano. Per cantare insieme, ancora una volta, “bandiera rossa”.

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