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Democrazia e Sviluppo - Il Blog

Dalla Grecia una speranza per l'Europa, dalla Lucania uno Speranza per l'Italia?

In Politica Italiana, Politica lucana on June 28, 2015 at 11:34 am

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Come i nostri quattro assidui lettori sapranno, non siamo mai stati teneri con Roberto Speranza. Quando l’ardore del Cambiamento un paio di anni fa era alla massima temperatura, arrivammo a definirlo addirittura “l’amaro lucano“, per l’aurea di difensore dello status quo che sembrava essersi cucita addosso.

Sembrava, insieme a tutta la neo classe dirigente bersaniana, piuttosto preoccupato di tenere chiuso il coperchio di quella pentola a pressione che di lì a poco sarebbe esplosa, regalando a Renzi quasi il 70 per cento di consensi perché fosse il segretario del Partito Democratico (ne avrebbe poi fatto l’uso scellerato che conosciamo) e relegando la sua componente a meno del 20. Un’altra diversa declinazione di Cambiamento, forse la migliore proposta, era portata da Pippo Civati, poi uscito dal Partito dopo lunga tribolazione, che ha dimostrato però limiti intrinseci e di coerenza interna, da noi stessi più volte denunciati, che temiamo possa essersi portato fuori. Vedremo.

E’ però un fatto da registrare che dopo le dimissioni da Capogruppo alla Camera, Roberto Speranza si sia messo in testa di non seguire affatto la corrente, e da allora abbia dato sempre maggiore prova di resistenza al renzismo; un Renzi che, forte negli organigrammi di partito in seguito ai risultati del Congresso, e forte in Parlamento grazie alla provvidenziale conversione di tanti ex-Bersaniani, oggi appare invece debole, contraddittorio e relativamente isolato nell’opinione pubblica.

Da allora, in un vortice di autocritica ma anche di sempre maggiore presa di coscienza, Roberto Speranza si è imposto come punto di riferimento nazionale per quanti non si ritrovano nelle posizioni “estreme” di Matteo Renzi, e che non vogliono lasciargli campo aperto proprio adesso che la spinta (più che altro un’abile operazione pubblicitaria) con la quale si è presentato appare esaurirsi, che le strategie messe in campo appaiono tristemente di corto respiro, che sta aumentando la consapevolezza che se il Cambiamento del Partito e nel Partito appare ancora (anzi più di ieri) necessario, la direzione da imprimere è decisamente un’altra rispetto a quella confusamente indicata dal Segretario Nazionale.

Fino a quella dichiarazione di sabato, quell'”abbiamo sbagliato“, che determina un giro di boa ci auguriamo definitivo rispetto ad una convivenza forzata con posizioni che con il PD, la sua storia e i valori che ancora incarna per larga parte del suo elettorato, pare evidente non debbano avere nulla a che fare.

La poca distanza poi che Matteo Renzi ha messo tra sè e i vecchi dirigenti del PD, tra le vecchie pratiche di inquinamento e condizionamento delle scelte degli elettori e le proprie, la sempre evocata ma mai compiuta rottamazione, la spaventosa debolezza con la quale ha affrontato lo scandalo di Mafia Capitale (arrivando addirittura a chiedere la testa del Sindaco Marino, l’unico certamente incolpevole di quell’infamia), rappresentano la coda di una inutile perdita di tempo – e di terreno sulla strada della competitività e delle giuste Riforme – che magari servirà di lezione agli elettori sempre in cerca della scorciatoia e del mago che risolve problemi agitando una bacchetta. Non ci sono scorciatoie, non ci sono maghi. C’è solo la buona e la cattiva politica. Distinguerle non è facile, a volte, spesso sono anche intrecciate tra loro, ma sta a noi dar forza alla buona e ricacciare indietro la cattiva: informandoci correttamente, analizzando i problemi, partecipando attivamente alla politica, senza rilasciare più deleghe in bianco.

Una parentesi triste, se così sarà, per il Partito Democratico e per l’Italia.

Italia che dalla Grecia dovrebbe magari prendere esempio e ispirazione. Non tanto per importare formule politiche con la speranza di sbancare un’elezione. Ma per la forza e la tenacia con la quale si sta mettendo in imbarazzo l’Europa dei tecnocrati, dei monetaristi e della finanza, svelando le radici vere della nostra Unione: l’Europa dei popoli, l’Europa dei bisogni, l’Europa del lavoro e della dignità.

Un’altra Europa, appunto. Indipendentemente da come la vicenda si concluderà, si sta scrivendo una bella pagina di politica, e siamo certi che la pagina successiva seguirà necessariamente un altro canovaccio.

E, forse, come una periferia Europea sta combattendo una battaglia di civiltà e per indirizzare la storia nella giusta direzione, imprimendo realmente il cambiaverso che i cittadini chiedono di toccare con mano e non solo di leggere su manifesti e infografiche, da una periferia d’Italia, la Lucania, potrebbe partire la sfida ad una politica sempre più lontana dalle persone e dai suoi reali bisogni.

La Lucania del “ribelle gentile” Roberto Speranza, del deputato Vincenzo Folino che si autosospende per la violenza decretata alla sua terra dallo Sblocca Italia, La Lucania dell’unico segretario regionale a non firmare l’appello per le Riforme renziane, la Lucania della Capitale Europea della Cultura, che è disposta a sacrificare un’elezione pur di tenere dritta la barra di una coerente proposta politica senza cedere a pasticci, giochi di potere, ricatti amorali.

C’è sempre tanto lavoro da fare, anzi oggi più di prima, ma crediamo fermamente, oggi più di ieri, che sia questa la strada giusta. Apparendo del tutto evidente che, prima di provare a fare un’altra Italia, occorrerà provare ad costruire, su queste stesse basi, un’altra Basilicata.

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