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Democrazia e Sviluppo - Il Blog

Il meccanico.

In Ritratti on October 31, 2014 at 11:35 am

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Ieri ero dal meccanico, a Matera. Nel buio freddo della silenziosa periferia della città, stava nel suo garage un uomo sulla sessantina, il volto segnato dalla fatica di una vita, gli occhi spenti dalla disillusione. Nel frattempo che il suo collega preparava la fattura, facciamo quattro chiacchiere. Inevitabilmente si finisce a parlare di politica, economia, società, con la leggerezza e la profondità che solo un incontro casuale può registrare, e che nessun convegno di professoroni riuscirà mai a riprodurre.

Lo sto ad ascoltare mentre mi parla dei sacrifici fatti, dell’Italia che ormai è allo sbando, della colpa dei politici incapaci. I soliti discorsi triti e ritriti, pieni di banalità e di verità. Ma trent’anni fa si stava bene. Si lavorava tutti, si lavorava tanto. Oggi si tira a campare, guadagnare è una chimera, basta anche solo far girare la ruota e non restarsene con le mani in mano. E’ già tanto.

“Se conosci qualcuno che mi offre un lavoro, fammelo sapere. Sono disposto a pagare” gli dico con una battuta.

Sorride amaro, e comincia la predica: “Noi ci siamo fatti da soli. Adesso non ci resta altro da fare che aiutare i nostri figli, che hanno pure studiato, ma è tutto bloccato. Si sono mangiati tutto, e non ci è rimasto più nulla.”

Comincio a sentire dentro montare il prurito della provocazione. Conosco bene quella sensazione: sparare una frase forte, forte come un cazzotto in faccia, che svolti violentemente la conversazione su un piano diverso, e che possa magari al termine di quel breve e fugace incontro, arricchirci di qualche spunto di riflessione in più, o anche solo di qualche dubbio, insinuato in mezzo alle nostre granitiche ma fragili certezze.

Gli faccio: “la realtà, caro amico, è che vi siete mangiati tutto voi. Ricordi quando dicevi che trent’anni fa si lavorava? Ci credo, ma lo avete fatto con i nostri soldi.”

Abbocca, e risponde nervoso: “Io non ho mai rubato niente. Io ho sempre lavorato duro, e onestamente”.

Me la serve su un piatto d’argento. “Sì, certo. Tu hai lavorato. Ma i tuo clienti chi erano? Dipendenti statali, per esempio? Magari assunti in sovrannumero facendo debito, che tanto poi un giorno si sarebbe visto come fare? Beh, quel giorno è arrivato amico mio. L’economia è stata drogata dai governi della vostra generazione. Oggi che è finita, scopriamo quanto siamo deboli, e quanto lavoro c’è da fare per disintossicarsi e recuperare il tempo perduto. La crisi ci ha tagliato le gambe, e l’Unione Europea ci ha legato le braccia. Quello che eravamo abituati a fare prima – drogarci – ora non siamo più in grado di farlo”.

Mi guarda sconfitto. Accenna un sì sconsolato. Forse ha capito; o forse no, e vuole solo tagliarla qua.

Salgo in macchina. Mi saluta a stento, torna a immergersi nei suoi pensieri, corrucciando ancora di più la profonda ruga sulla fronte.

Forse ripensa a quel breve scambio di battute.

O, forse, a come farà anche questo mese a mettere insieme i soldi per pagare lo stipendio del suo collaboratore.

Ieri, sono stato io il suo unico cliente.

 

  1. ma il mio meccanico è più silenzioso…. si limita a prendere i soldi senza la fattura!

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