Close

Democrazia e Sviluppo - Il Blog

Berlusconi condannato ma il pane costa uguale.

In Politica Italiana on August 2, 2013 at 9:09 am

tweet

Anche oggi, anche ieri, il livello del dibattito su tv e giornali è davvero infimo.

Qui si dibatte se Berlusconi potrà continuare a gestire il Paese dal divano di casa, che tanto un anno di domiciliari passa presto, e poi lo fa pure Grillo. Lì si discute se tutto possa continuare come prima, che tanto che fosse un mezzo delinquente tutto sommato già si sapeva; anzi meglio che si stato condannato in via definitiva così possiamo toglierci il dubbio e discutere d’altro. Dall’altra parte ci informano che condanna o non condanna, il prezzo del pane non cambierà. Sui giornali di gossip (tipo Il Corriere della Sera) già preparano la discesa in campo e il passaggio di testimone alla figlia. Tutto giusto, tutto bello, tutto normale. Ormai non ci si scandalizza più di nulla – e non ci sono più le mezze stagioni.

Ma, dico, qualcuno che si chiede se è politicamente, prima che giuridicamente o moralmente, accettabile continuare a dar peso e corpo ad un una progetto politico vuoto, riempito soltanto dalla sua presenza, lo troverò prima o poi? Che forse è il caso di cominciare ad isolarlo, fisicamente e politicamente, per accelerarne la rovinosa caduta, invece che rischiare di ruzzolare con lui? Almeno a sinistra, almeno.

Quando il Cav. Silvio Berlusconi si presentò agli italiani alle elezioni del 1994 il consenso al suo movimento e il sostegno alla sua candidatura fu sincero e disinteressato, sono pronto a giurarlo. Era l’imprenditore di successo, l’uomo nuovo pronto a risolvere i problemi italiani, il deus ex machina che avrebbe resettato il Paese dopo gli scandali politici per lanciarlo verso la modernità e la ricchezza, come aveva fatto con il più grande gruppo d’affari italiano.

Non poteva durare, chiaramente. Come ognuno sa, si può ingannare una persona a lungo, o una folla per poco, ma mai e poi mai tanta gente per tanto tempo. Infatti subito il sogno naufragò, gli italiani cominciarono a svegliarsi e Prodi vinse le elezioni solo due anni dopo.

E allora com’è che dopo vent’anni siamo ancora qui a parlare di Berlusconi, delle sue vicende giudiziarie, del suo erede che non si intravede all’orizzonte e dovrà essere nominato per testamento, del vuoto politico (e governativo) che lascerebbe se quest’uomo, un uomo solo e un solo uomo, cadesse definitivamente?

La grande abilità di Berlusconi, non saprei dire se voluta o casuale, ma credo fortemente voluta e studiata, è stata di rincoglionire gli italiani. Non nel senso che comunemente si pensa. L’imbarbarimento, il decadimento, l’abbassamento graduale ma inarrestabile di tutti gli standard politici e culturali (già non elevatissimi nel Paese della corruzione e dalla connivenza con il malaffare), ha trasformato il senso dell’adesione al suo progetto politico – variamente declinato nel corso degli anni per apparire sempre nuovo agli occhi di un popolo ormai trasformato a spettatore ebete di uno spettacolino di terz’ordine.

E non lo dico con la spocchia di chi aveva capito tutto già venti anni fa. Il Partito Democratico dopo, e PD e PDS e compagnia bella prima, con sempre maggiori responsabilità, hanno avuto certamente un ruolo determinante nell’evitare che il Cavaliere (ormai ex) fosse messo di fronte alle sue responsabilità politiche, ad un giudizio di merito e non di valore su quel che aveva e non aveva potuto fare stando al governo. L’antiberlusconismo è ormai unanimemente considerato il fattore critico di successo di Berlusconi. Più o meno legittimamente il centrosinistra ha puntato deciso verso il bipolarismo, perché garantisse e giustificasse, con l’esistenza di Berlusconi, anche la propria. Un miopia politica che faccio fatica a credere disinteressata. Solo Veltroni forse, con tutti i limiti del suo progetto maggioritario, aveva intuito che l’accozzaglia antiberlusconiana avrebbe avuto vita breve e che era necessario cominciare a costruire un’alternativa politica alle destre, anche a costo di perdere qualche elezione.

Ma è in ogni caso indubbio che senza il profondo consenso popolare, l’egemonia di Berlusconi non sarebbe potuta durare così a lungo – e ancora non è finita, peraltro.

Consenso che però poggia ormai, come dicevo, su fondamenta diverse da quella dei primi tempi. Berlusconi ha trasformato l’Italia e gli italiani. Della voglia di partecipare, del bisogno di politica che pervadeva le città e i cittadini, specie a sinistra, cos’è rimasto? Titoli di giornale e corsivi grevi ed allusivi; trasmissioni televisive faziose verso una parte o verso l’altra; discorsi con la profondità di analisi di un comunicato stampa o di uno spot pubblicitario; tutto questo è frutto del ricercato bisogno di rendere il popolo tifoso. La tua squadra del cuore potrà essere condannata e retrocessa, potrà fallire e poi essere ripescata, potrà perdere il campionato giocando malissimo: resterà sempre e comunque la tua squadra del cuore.

Conosco qualche berlusconiano. Non credete: sa perfettamente che Berlusconi non è un santo (ma chi lo è?). Sa che governa anche per i suoi interessi personali (ma chi non lo fa?). Sa che la sua azione politica ventennale è povera di risultati concreti (ma siamo sicuri che sia solo colpa sua?). Contro un tifoso non c’è logica possibile. Almeno nell’immediato.

E contrapporre alla sua figura, un’altra figura da venerare, non fa che alimentare quel sistema perverso nel quale il qualunquismo e il disimpegno sono la garanzia che tutto rimanga com’è. Sarebbe l’ennesimo errore politico della sinistra, sarebbe di nuovo un guardare con miopia la realtà, accettare le regole del gioco senza tentare di cambiarle facendole saltare, magari perché hai scoperto che il gioco è truccato e vince sempre il banco.

Serve la politica. Si perderà un’elezione? Pazienza, ne abbiamo perse tante. Non pensiamo a domani, ormai. Pensiamo a dopodomani. Non pensiamo a noi, ce la caveremo, pensiamo ai nostri figli. Il Congresso del Partito Democratico dovrà essere l’occasione per risvegliare le coscienze e lanciare il messaggio che in Italia un Partito che fa politica c’è, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, che non nascondiamo e che intendiamo superare.

Questo partito è il PD; e dobbiamo urlarlo forte, se vogliamo salvare il nostro Paese dall’apatia.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *