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Democrazia e Sviluppo - Il Blog

Dice: Magna Carta, e se la so' magnata. Il PD e l'art. 49.

In Politica Italiana on May 21, 2013 at 3:43 pm

L’elezione di Re Napolitano II, successore di sé stesso, era la sola possibile. Sì, infatti, la sola che permettesse a questa classe politica di continuare a legiferare senza che il monarca, difensore sulla carta del dettato costituzionale, battesse ciglio.

I nostri nonni e bisnonni hanno scritto una Carta Costituzionale pensando agli errori del passato, fatto di privazioni alle libertà elementari, di abusi da parte di un regime dittatoriale mediante l’accentramento o il condizionamento di tutti i poteri,  di limitazioni ai diritti naturali dell’uomo, di insensibilità rispetto ai bisogni della popolazione, importanti solo ove fossero strumentali agli obiettivi dello Stato.

E hanno scritto quella Carta pensando al futuro; certo, hanno guardato i migliori esempi a disposizione di diritto costituzionale, e hanno fatto proprie le parti più avanzate. Ma la nostra Costituzione è unica, perchè unica è l’esperienza che il nostro Paese ha vissuto, e quei 139 articoli sono la barriera più alta che possa impedire il ritorno di un simile regime.

Eppure il muro costruito, è stato pian piano eroso, nell’indifferenza e dall’indifferenza con la quale non l’abbiamo protetto e difeso, lasciandoci lusingare dalle sirene di chi lo vedeva vecchio e cadente, e ha pensato bene di picconarlo per sostituirlo con un modello nuovo fiammante, senza preoccuparsi o chiedersi se la protezione offerta fosse la stessa, e se il Paese che andava a disegnare risultasse poi lo stesso.

Ma a ben vedere la Costituzione è ancora lì, quasi intatta rispetto agli attacchi subiti, specie in questi ultimi venti anni. Si è di gran lunga preferito disapplicarla o, in alcuni degli esempi che seguono, semplicemente ignorarne il dettato.

Art. 1 la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nei modi e nei limiti della Costituzione. Quindi se il Porcellum non è inserito in Costituzione, il limite alla sovranità del popolo che impedisce di scegliersi i propri rappresentanti è una violazione dell’articolo 1. Cominciamo bene.

Art. 4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ora, basta aver fatto le scuole dell’obbligo per capire cosa significhi la parola “lavoro” per la Costituzione. Nella nostra Repubblica, perlomeno così come disegnata dai padri fondatori, il lavoro non è un dovere; non è un’opportunità da cogliere; non è uno strumento di ricchezza: E’ UN DIRITTO. Questo articolo sviscera l’enunciato del sovracitato art. 1 (per il quale l’Italia sarebbe fondata sul lavoro) e disegna un se pur utopistico ma umanissimo obiettivo, che i politici che si occupando di guidare la Repubblica DEVONO necessariamente perseguire, perchè obbligati dalla Costituzione: ovvero assicurare a chiunque lo voglia, la possibilità di lavorare. L’aver creato un mercato selvaggio, una giungla nella quale il più furbo (o il più forte) è assicurato, mentre il resto della popolazione può solo umiliarsi a chiedere la pietà dell’intervento pubblico a sostegno della dignità della sua vita è un attentato implicito alla Costituzione e alla Repubblica.

Art. 9 La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. L’enunciato non ha evidentemente nessuna implicazione economica. Cioè non impone di investire in cultura, in ricerca, in storia e arte perché conviene, come va di moda di dire oggi, inseguendo una logica mercantilistica pervasiva. Impone di farlo perché, semplicemente e banalmente, è giusto. E’ diverso. Una Nazione che rinuncia a investire su sé stessa, sul suo passato (la storia) il suo presente (cultura, arte) e il suo futuro (ricerca scientifica e tecnica) è una Nazione che ha smesso di esser tale. E’ solo un’aggregato informe di persone e di interessi, tenuti insieme dal mercato, almeno fino a quando il mercato tiene. L’Italia che abbiamo oggi e che conosciamo è ben diversa da quella immaginata nel 1948.

Art. 13  La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. E’ un articolo che enuncia un principio bellissimo. Non è un caso che sia il primo dopo i principi fondamentali, in memoria degli abusi perpetrati dal fascismo. Nessuno è colpevole, fino a prova contraria, e può essere sottoposto a limitazioni della propria libertà senza sentenza se non in casi eccezionali di necessità ed urgenza (terzo comma). Le carceri strapiene di detenuti in attesa di giudizio è la prova che la Costituzione è stata disapplicata. Si dirà, perché il sistema giudiziario è inefficiente, e se l’applicassimo alla lettera i delinquenti sarebbero per strada. Ma la funzione dei politici, che votiamo e paghiamo, dovrebbe essere (anche, soprattutto) quella di far funzionare la macchina amministrativa, nel rispetto e nell’applicazione della Costituzione. Se non ne sono stati capaci, che facciano altro nella vita. Quanto volte lo dimentichiamo?

Art. 49 Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Dopo quasi settant’anni il PD si accorge all’improvviso che questo articolo non è stato mai applicato. Se i partiti sono deputati a determinare la politica nazionale, devono farlo con metodo democratico, e questo metodo deve essere regolato per legge. Quindi tutti i partiti con un nome e cognome sopra, ad esempio, sono incostituzionali nella misura in cui non assicurino ai loro associati di esprimersi liberamente e partecipare alle decisioni interne in modo democratico; ma non sono illeciti perché nessuna norma prevede sanzioni. Quindi i bravi Zanda e Finocchiaro hanno giustamente pensato che fosse ora di regolamentare la questione. E mentre si dice che ormai Berlusconi è eleggibile perché così lo abbiamo considerato per vent’anni, contemporaneamente si afferma che ad esempio il Movimento 5 stelle sarebbe impresentabile alle elezioni nonostante decine di altri movimenti analoghi lo abbiano fatto finora e per 65 anni. Ma evidentemente nessuno di loro è mai arrivato a impensierire i politici nazionali. Eccetto uno: quello di Silvio Berlusconi. Con il quale, comunque, finora si è sempre riusciti a venire a patti, per la reciproca soddisfazione, come ha ricordato Violante qualche anno fa alla Camera. In ogni caso da nessuna parte la Costituzione stabilisce che a potersi presentare alle elezioni siano i partiti in via esclusiva: l’elettorato passivo è garantito invece a tutti i cittadini (art. 51) quindi anche non organizzati in forma partitica. Quindi incostituzionale mi appare soprattuto l’art. 6 comma 1 del ddl Zanda-Finocchiaro quando recita che “l’acquisizione della personalità giuridica e la pubblicazione dello statuto sulla Gazzetta Ufficiale costituiscono condizione per poter partecipare alle competizioni elettorali.” sottoponendo di fatto i nuovi partiti ad un’autorizzazione (o un veto) amministrativo, quindi governativo, con i pericoli che ciò implica.

Si potrebbe continuare, con gli articoli sulla scuola, la sanità, ma penso non serva: basta infatti una veloce lettura della Costituzione per capire come il Paese disegnato nel 1948 fosse ben migliore e giusto di quello in cui viviamo oggi. E non è solo una questione di crisi economica. Che prima o poi passerà, ma lascerà comunque irrisolti i nodi di un Paese che non ha mai avuto il coraggio di essere semplicemente e banalmente, sé stesso.

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