Close

Democrazia e Sviluppo - Il Blog

Il Pd sarà quotato in Borsa?

In Politica Italiana on May 12, 2013 at 8:55 am

serra

Ieri all’Assemblea Nazionale del PD ho assistito all’ultimo atto (mi auguro) di una partito nel quale non mi riconosco e che non riconosco più. Da troppo tempo tali assemblee sono solo un inutile adempimento formale atto ad esperire e consacrare una volontà decisionale e una capacità di sintesi che, evidentemente, risiede altrove. Dove, non è dato sapere, ma è facile immaginare.

E’ un altro effetto del berlusconismo (sempre colpa di Berlusconi? Sì.) che i dirigenti del PD hanno felicemente abbracciato, come tanti altri. E’ stato infatti il noto “statista” ad introdurre un principio distorto dell’uso assembleare, che il PD non ha contrastato affatto, poiché tornava utile per i propri scopi e disegni programmatici. L’assemblea dovrebbe infatti essere lo strumento dedicato alla formazione della volontà collettiva; al confronto delle idee; allo scontro, anche, tra diverse posizioni; e dovrebbe essere dotata degli strumenti per arrivare ad una sintesi delle diverse istanze e sfumature di posizione.

Troppo lungo, troppo difficile. E in tempi di visibilità mediatica, troppo rischioso mandare in onda in diretta le divisioni. Meglio scornarsi tra pochi eletti nel buio di una stanza appartata, che sia a Palazzo Grazioli o alla sede Nazionale del PD, e poi portare il risultato di fronte all’assemblea per la ratifica; inscenare un finto dibattito, nel quale ciascuno ha la libertà, certo, di dire la sua a favore di telecamera in tempi contingentati ma che si dilatano se sei un Vip (peraltro mancando il contraddittorio, non si capisce a cosa serva), ma poi il risultato è sempre l’approvazione unanime o quasi del documento elaborato altrove. E lasciare intuire le divisioni è sempre meglio che palesarle. Fa nulla se poi quelle stesse divisioni, irrisolte, saranno la causa del fallimento di qualunque tentativo di gestire la responsabilità.

Questo modo di fare è stato ricalcato pari pari dal modo di condurre le assemblee delle società per azioni, che Berlusconi evidentemente conosce bene per deformazione professionale: salvo rare eccezioni, infatti, o momenti particolarmente delicati della vita della società, di fatto queste assemblee, obbligatorie per legge per certe decisioni, sono privati del loro naturale ruolo e potere da parte di patti di sindacato (parasociali) che decidono sostanzialmente quel che verrà deciso formalmente in assemblea.

Triste che un partito di sinistra si comporti esattamente come una società di capitali privata. Ma non mi sorprende affatto, se analizziamo con piglio critico quel che questo partito è diventato: non (più) un mezzo per la rappresentanza di interessi (di parte, ovviamente, ma condivisi in larga misura nella base) nelle sedi istituzionali; bensì uno strumento per assicurare primariamente il posto di lavoro di manager (non posso definirli politici) deputati a gestire la cosa pubblica. Lo scontro fra partiti si è dunque risolto in scontro fra scuole manageriali. Una tendenzialmente liberista e conservatrice, l’altra tendenzialmente più progressista e attenta al sociale. Ma nei fatti la differenza tra le due scuole di pensiero si va facendo via via sempre più sottile, tanto da meritare la considerazione che il vero obiettivo di questi partiti non sia più il come gestire beni e servizi pubblici, ma gestirli punto e basta. E non voglio qui disquisire sulle capacità e preparazione manageriale dei nostri politici, tutt’altro che pacifica e scontata; e nemmeno speculare sulla opportunità di applicare principi manageriali alla gestione dello Stato, che dovrebbe a mio avviso essere sempre e comunque politica, non tecnica. Magari lo farò in un altro articolo.

Quel che mi preme sottolineare è che questo sistema, questa cosiddetta Seconda Repubblica, che doveva essere migliore della Prima in seguito al moto popolare di protesta che l’ha sepolta, si è rivelata essere un sistema di protezione del potere dalle ingerenze esterne, ancora più subdolo e difficile da scalfire del precedente. E i manager di destra e di sinistra sanno benissimo che, eletti amministratori delegati o meno, siederanno comunque tutti insieme allegramente nel consiglio di amministrazione dell’azienda Italia.

Giustamente proprio oggi Michele Serra, che ho citato in apertura, fa notare che il PD ha colpevolmente lasciato l’iniziativa politica al Movimento 5 Stelle, che ha così calamitato l’attenzione di una classe dirigente emergente che pare, in mezzo ad errori ed orrori inevitabili per certi versi, già più capace e preparata dei giovani rampanti manager piddini.

E tanti di quei ragazzi, sono certo, sono nostri giovani ex compagni, troppo stanchi di continuare a bussare a porte che restano sempre, inevitabilmente e incontrovertibilmente chiuse di fronte alle disinteressate istanze di cambiamento o al sincero bisogno di politica, quando questi non possono essere utilmente impiegati per una campagna elettorale come manovalanza a basso costo.

E, infatti, chiusa è rimasta ieri la porta dell’Assemblea Nazionale di fronte alle richieste di Cambiamento del movimento #occupyPD. Già gioiosamente etichettato come esuberanza giovanile e fenomeno di costume, con il placet e il supporto dei maggiori media nazionali.

No amici, compagni. Il movimento è quanto di più bello sia sorto dalle contraddizioni e dagli errori di questo partito. Non ascoltare quei ragazzi sarebbe un errore ancora più grande che tenerli fuori dalle vostre vuote assemblee.

Perché senza di loro, diciamolo, fatico adesso a trovare un briciolo di credibilità in questo partito.

 

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *